di Paolo Pagliaro
Carlo Rovelli ha scritto per Solferino un libro intitolato “La cattiva coscienza dei fisici”. Si legge in un paio d’ore ed è un piccolo gioiello. Rovelli racconta il momento in cui il mondo ha trasformato la scienza nello strumento della propria possibile autodistruzione. Quel laboratorio romano degli anni Trenta, dove Fermi e i "ragazzi di Via Panisperna" giocavano con i neutroni per curiosità intellettuale, rappresenta un prima e un dopo nella storia dell'umanità. La scoperta era bellissima, nel senso tecnico che i fisici danno a questa parola. Ciò che ne è venuto fuori è stato infernale. Il titolo scelto dal fisico teorico Rovelli è già un programma: la "cattiva coscienza" non è solo quella dei fisici del Progetto Manhattan — Oppenheimer, Fermi, Szilard — ma di un'intera civiltà che ha deciso di convivere con l'olocausto nucleare come se fosse una condizione normale. Hiroshima e Nagasaki non furono incidenti di percorso: furono la deliberata scelta degli americani di uccidere – a guerra conclusa - oltre 200.000 civili in pochi istanti, una soglia morale che avremmo dovuto attraversare con ben altra consapevolezza collettiva. Invece, quella soglia è stata rapidamente normalizzata, sepolta sotto decenni di deterrenza fredda, come se il Mutually Assured Destruction fosse una forma di saggezza e non di follia istituzionalizzata.
Quello che oggi fa più paura non è tanto la bomba in sé, quanto il ritorno della parola "bomba atomica" nel dibattito pubblico con una nonchalance sconcertante — pronunciata da capi di stato, da commentatori televisivi, da strateghi militari — come se fosse rientrata nel vocabolario ordinario della politica internazionale. Negli anni della Guerra Fredda esisteva almeno il terrore: i civili costruivano rifugi, i bambini facevano esercitazioni nelle scuole, la paura era viscerale e reale. Oggi quella stessa arma viene evocata quasi con disinvoltura, in un contesto di analfabetismo nucleare di massa: pochissimi sanno davvero cosa significhi una testata moderna — che è decine o centinaia di volte più potente delle bombe su Hiroshima — e cosa succederebbe anche con un conflitto nucleare "limitato": collasso delle catene alimentari e fine della civiltà come la conosciamo.
Il caso italiano, che Rovelli giustamente solleva, aggiunge un'ulteriore dimensione di ipocrisia: l'Italia ospita bombe atomiche americane — si parla delle basi di Aviano e Ghedi — senza che questo sia mai diventato oggetto di un vero dibattito democratico. I cittadini non hanno mai scelto. La decisione più grave che una società possa prendere — diventare parte di un dispositivo di sterminio potenziale — viene gestita come una questione tecnico-burocratica, fuori dalla portata della coscienza pubblica. Rovelli, da scienziato, fa ciò che i fisici di Via Panisperna avrebbero forse dovuto fare prima: restituire al pubblico la consapevolezza di ciò che la fisica ha reso possibile, e la responsabilità di decidere cosa farne.
(© 9Colonne - citare la fonte)




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