Mancano ancora una manciata di ore alla fine del cessate il fuoco che, almeno formalmente, sarebbe in vigore in Ucraina e il cui scadere è previsto allo scoccare della mezzanotte di oggi. Contrariamente alle tregue unilaterali del passato, questa iniziativa è nata da una mediazione diretta degli Stati Uniti, annunciata dal Presidente Donald Trump l'8 maggio. L'accordo, formalmente accettato da Kiev e Mosca, prevedeva tre giorni di silenzio delle armi in concomitanza con le celebrazioni del “Giorno della Vittoria”, ma la realtà sul campo ha restituito un'immagine di estrema porosità. Ieri, domenica 10 maggio, la tensione è rimasta altissima lungo tutta la linea di contatto. Mentre i raid missilistici sulle grandi città hanno subito un rallentamento, la guerra d'attrito nelle trincee del Donbass non si è mai fermata. Per l'Ucraina, questo stop mediato da Washington è un'arma a doppio taglio: da un lato offre un respiro umanitario necessario per lo scambio di prigionieri, dall'altro viene letto come un'opportunità tattica che Mosca starebbe sfruttando per riposizionare le proprie truppe nei settori chiave.
ACCUSE INCROCIATE E VIOLAZIONI SUL CAMPO. Le fasi di questa tregua sono state finora dominata da reciproche accuse di sabotaggio. Ieri, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha puntato il dito contro il Cremlino, affermando che la Russia “non rispetta” gli impegni presi. Secondo il presidente ucraino, “le forze russe hanno continuato i loro attacchi nei settori che considerano prioritari”, ignorando il mandato diplomatico. Lo Stato Maggiore di Kiev ha censito almeno 60 attacchi russi durante la giornata di ieri, denunciando una mancanza di volontà politica reale dietro i proclami di Mosca. Di contro, il Ministero della Difesa russo ha ribaltato le responsabilità, accusando l'Ucraina di aver violato il cessate il fuoco oltre 16.000 volte nelle ultime 48 ore, includendo nel conteggio ogni singolo colpo di mortaio e l'uso intensivo di droni. Ieri, Mosca ha dichiarato di aver abbattuto decine di velivoli senza pilota ucraini, sostenendo di aver “risposto a tono” alle provocazioni di Kiev. Questa sproporzione nei numeri riflette evidentemente una precisa strategia comunicativa russa volta a dipingere l'Ucraina come l'unica parte non collaborativa di fronte alla mediazione americana.
LO SCAMBIO DI PRIGIONIERI SOTTO L'EGIDA DEGLI STATI UNITI. Nonostante le violazioni, resta in piedi il pilastro umanitario dell'accordo: lo scambio di 1.000 prigionieri di guerra per parte. Zelensky ha ribadito che questa operazione deve procedere senza intoppi, sottolineando che “gli Stati Uniti ne hanno garantito l'attuazione”. La fiducia di Kiev non è riposta nella controparte russa, ma nell'impegno diretto di Washington come garante ultimo. Leggendo tra le righe, la riuscita dello scambio è l'unico parametro su cui Zelensky valuterà l'efficacia della diplomazia di Trump; un fallimento su questo fronte renderebbe politicamente insostenibile ogni ulteriore concessione sulla linea del fronte.
BERLINO E IL NODO DELLA MEDIAZIONE EUROPEA. Mentre gli inviati americani gestiscono l'emergenza militare, si gioca una partita parallela sul futuro politico dell'Europa. Vladimir Putin ha tentato di incunearsi nelle divisioni europee proponendo l'ex cancelliere Gerhard Schröder come mediatore. La risposta di Berlino è stata gelida: la proposta è stata respinta, ma il dibattito interno alla Germania rivela crepe. Secondo fonti governative citate da Der Spiegel, si starebbe valutando la figura del Presidente federale Frank-Walter Steinmeier come possibile negoziatore.
L'idea che circola nei corridoi della cancelleria è quella di un “duo negoziale” che veda Schröder e Steinmeier affiancati, una mossa che servirebbe a bilanciare la vicinanza personale di Schröder a Putin con l'autorità istituzionale di Steinmeier. Questa urgenza tedesca risponde al timore, condiviso da molti leader dell'Unione Europea, di essere tagliati fuori dai futuri assetti di sicurezza del continente. Il Presidente del Consiglio Europeo António Costa ha confermato di essere in contatto costante con i 27 leader per “individuare i punti da affrontare efficacemente con la Russia” ed evitare che l'Europa diventi un semplice spettatore della spola diplomatica tra Washington e Mosca.
GLI EMISSARI DI TRUMP E IL RAID DI DRONI NELLA NOTTE. L'accelerazione diplomatica è segnata dall'imminente arrivo a Mosca di Steve Witkoff e Jared Kushner. Yuri Ushakov, consigliere del Cremlino, ha confermato che la visita avverrà “presto”, segnalando l'apertura di un canale di comunicazione privilegiato tra il Cremlino e la cerchia ristretta di Trump. Questa mossa suggerisce che Mosca veda negli inviati personali del Presidente USA gli unici interlocutori capaci di garantire un accordo che tenga conto delle "realtà territoriali" acquisite sul campo. Sul piano militare, le ultime 14 ore hanno mostrato che la tregua è ormai al tramonto: durante la notte, l'aeronautica militare ucraina ha riferito di aver abbattuto la maggior parte dei 27 droni lanciati dalla Russia. Questo attacco, avvenuto nelle prime ore della giornata odierna, segna la ripresa delle operazioni aeree su vasta scala proprio mentre il termine del cessate il fuoco si avvicina. Ieri Vladimir Putin, in un breve commento a margine delle celebrazioni del 9 maggio, ha dichiarato che “la questione sta arrivando a una conclusione”, lasciando intendere la possibilità di una svolta negoziale imminente. Tuttavia, quasi contemporaneamente, il portavoce Dmitry Peskov ha ribadito che la Russia intende raggiungere tutti i suoi obiettivi militari, una contraddizione che indica quanto la diplomazia russa stia ancora testando la solidità della posizione americana prima di impegnarsi seriamente. (11 MAG / deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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