La lunga intervista rilasciata dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu alla CBS, andata in onda nella notte italiana, segna un punto di svolta non solo nella comunicazione bellica dello Stato ebraico, ma soprattutto nel rapporto storico di dipendenza militare da Washington. In un colloquio dai toni serrati, il premier ha delineato una strategia che punta alla progressiva autosufficienza di Israele, sfidando apertamente le critiche internazionali sulla gestione del conflitto a Gaza e puntando il dito contro l'architettura di potere di Teheran. Il cuore politico dell'intervento risiede nella gestione del post-conflitto e nella sicurezza a lungo termine. Netanyahu ha respinto con fermezza l'idea che Israele abbia commesso errori strategici o tattici che giustifichino l'ondata di sentimenti anti-israeliani sui social media, definendo la situazione attuale come una “guerra di propaganda” in cui il Paese è assediato. Per il Primo Ministro, le morti civili sono “errori, non cose che accadono deliberatamente”, una distinzione fondamentale per respingere le accuse della Corte Penale Internazionale. Vale la pena ricordare però che gli “errori” di cui parla Netanyahu assommano, dal 7 ottobre 2023, a quasi 73morti nella Striscia o oltre 173mila feriti in stragrande maggioranza civili innocenti.
IL DISARMO DI GAZA E IL RIFIUTO DELLE CARICATURE. Uno dei passaggi più significativi riguarda il controllo futuro dell’enclave palestinese. Interrogato sulla necessità di smilitarizzare e deradicalizzare l'area, Netanyahu ha espresso un profondo scetticismo verso la capacità della comunità internazionale di farsi carico di tale onere. “Mi trovi i paesi che lo farebbero”, ha incalzato il premier, lasciando intendere che, sebbene preferirebbe una soluzione condivisa, Israele è pronto ad agire da solo: “Sceglieremo il momento e le circostanze in cui farlo perché abbiamo altre cose da fare”. Leggendo tra le righe, emerge la volontà di non cedere il controllo di sicurezza a forze multinazionali che Gerusalemme ritiene inefficaci. Netanyahu ha inoltre tentato di smontare la propria immagine pubblica di leader incline al conflitto. “Per anni sono stato considerato forse il primo ministro più moderato nella storia di Israele”, ha ricordato, sottolineando come l'attacco del 7 ottobre abbia imposto un cambio di paradigma totale. La sua missione ora è “cambiare il Medio Oriente”, spezzando quello che definisce il “cappio di morte” orchestrato dall'Iran.
LA FINE DEGLI AIUTI USA E IL DOSSIER PECHINO-TEHERAN. In una mossa che ha colto di sorpresa molti osservatori a Washington, Netanyahu ha dichiarato di voler ridurre “a zero” i 3,8 miliardi di dollari di aiuti militari annuali ricevuti dagli Stati Uniti. “Credo sia giunto il momento di imparare a fare a meno di questo supporto militare”, ha affermato, proponendo un piano decennale per eliminare la dipendenza finanziaria dal Pentagono. Questa dichiarazione, rilasciata mentre negli USA cresce il dibattito interno sul sostegno a Israele, suona come una rivendicazione di sovranità politica: meno aiuti significano meno vincoli diplomatici nelle scelte belliche.
Netanyahu ha inoltre alzato il velo sulla cooperazione internazionale che alimenta l'arsenale iraniano. Proprio mentre il Presidente Trump si appresta a recarsi in Cina, il premier israeliano ha denunciato che “Pechino fornisce un certo supporto, nello specifico componenti per la produzione di missili”. È un avvertimento diretto non solo alla Cina, ma anche alla Casa Bianca, affinché il dossier ucraino e quello mediorientale non vengano trattati come compartimenti stagni nelle trattative con il blocco sino-russo.
IL MISTERO DI MOJTABA KHAMENEI E IL “PATIBOLO” DEGLI ALLEATI. Sul piano della stabilità interna dell'Iran, Netanyahu ha affrontato il mistero che circonda la Guida Suprema Mojtaba Khamenei, non più apparso in pubblico dall'inizio di marzo. “Credo che sia vivo”, ha dichiarato il premier, ipotizzando che si trovi in un “bunker o luogo segreto”. Tuttavia, l'analisi di Israele è che l'autorità di Mojtaba sia sensibilmente inferiore a quella del padre, Ali Khamenei. Questa percepita debolezza al vertice di Teheran è, per Netanyahu, la chiave per far cadere “come da un patibolo” i gruppi filo-iraniani nella regione. Se il potere centrale vacilla, la struttura di Hamas a Gaza, di Hezbollah in Libano e degli Houthi in Yemen potrebbe crollare per mancanza di supporto logistico e finanziario. “È possibile? Sì. È certo? No”, ha ammesso con pragmatismo, ribadendo però che Israele ha già “ridotto significativamente” il numero di missili balistici in mano a questi alleati, pur riconoscendo che “c'è ancora del lavoro da fare”.
LE REAZIONI. L'intervista di Netanyahu ha generato onde d'urto immediate nelle diplomazie internazionali. All'alba di oggi, le dichiarazioni di Netanyahu sull'indipendenza dagli aiuti USA sono state commentate freddamente a Washington, dove si attende di capire se si tratti di una proposta formale o di una mossa retorica per tacitare l'ala destra del suo governo. Fonti vicine alla missione di Steve Witkoff e Jared Kushner — attesi a Mosca nei prossimi giorni — suggeriscono che i due emissari di Trump stiano integrando le preoccupazioni israeliane sui componenti missilistici cinesi nelle bozze di discussione con il Cremlino. Va sottolineato inoltre che prima della messa in onda dell'intervista nella notte, Israele ha continuato le operazioni di “smilitarizzazione chirurgica” in Cisgiordania, un'attività che Netanyahu ha difeso nella conversazione con la CBS definendola necessaria per prevenire nuovi fronti di attacco dell'asse iraniano. La posizione di Netanyahu sembra dunque quella di un leader che si prepara a una lunga fase di isolamento operativo, convinto che solo la forza militare e l'autosufficienza economica possano garantire la sopravvivenza dello Stato ebraico di fronte a un Iran che, sebbene indebolito dalla transizione di potere, rimane il nemico esistenziale numero uno. (11 MAG – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)





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