Con oltre 72.700 vittime su una popolazione di 2,1 milioni di abitanti totali all’inizio delle ostilità, la guerra divampata nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre 2023 ha fatto registrare fino ad oggi un tasso di mortalità che ha raggiunto il 3,46%, superando per densità di perdite e velocità di distruzione l'assedio di Sarajevo e la maggior parte delle guerre urbane del XXI secolo. Questo dato non descrive solo un evento bellico, ma una catastrofe demografica senza precedenti che ha polverizzato il tessuto sociale di intere generazioni, con un impatto pro-capite che non trova eguali nei conflitti del dopoguerra. Secondo gli ultimi dati validati dalle autorità sanitarie locali e rilanciati dalle Nazioni Unite nella mattinata di oggi il numero delle vittime accertate ha superato la soglia dei 72.737 decessi. Analizzando i flussi informativi delle ultime 14 ore, emerge come il conteggio ufficiale sia ormai considerato per difetto da quasi tutti gli osservatori indipendenti. Se i registri ospedalieri hanno confermato ieri un rallentamento nel ritmo dei nuovi ingressi — con un solo decesso registrato nelle ultime 24 ore ufficiali — il dato non deve trarre in inganno. La stasi burocratica riflette più il collasso delle infrastrutture di soccorso che una reale cessazione della mortalità. Migliaia di persone restano infatti classificate come “disperse”, intrappolate sotto le macerie di edifici che i mezzi meccanici, a causa della cronica mancanza di carburante e dei continui blocchi operativi, non possono più raggiungere.
LA COMPOSIZIONE DEL MASSACRO: IL PESO SUI CIVILI. Il dato più controverso e doloroso riguarda la distinzione tra combattenti e non combattenti. Sebbene le autorità di Gaza non separino formalmente le due categorie nei loro bollettini quotidiani, le analisi incrociate condotte dall'OHCHR e dalle principali ONG umanitarie indicano che la stragrande maggioranza delle vittime è composta da civili. Le stime più prudenti parlano di una quota di non combattenti superiore all'80%, con una concentrazione spaventosa di donne e minori, che da soli rappresentano circa il 70% dei decessi identificati. Questo squilibrio demografico nelle vittime non è solo il risultato dell'alta densità abitativa della Striscia, ma anche della natura stessa del conflitto urbano. Gli attacchi condotti negli oltre trenta mesi di guerra hanno decimato intere linee di sangue, portando alla cancellazione di centinaia di nomi dai registri anagrafici. A questo si aggiunge il martirio delle categorie protette: i dati aggiornati a ieri indicano che oltre 560 operatori umanitari e almeno 270 giornalisti sono rimasti uccisi, rendendo Gaza il luogo più pericoloso al mondo per chiunque cerchi di fornire assistenza o informazione.
OLTRE LE BOMBE: LA MORTALITÀ INDIRETTA E IL COLLASSO SANITARIO. Tuttavia, fermarsi al conteggio delle morti violente causate direttamente dalle esplosioni significherebbe ignorare una parte consistente della tragedia. Studi pubblicati su riviste scientifiche internazionali come The Lancet suggeriscono che la mortalità indiretta — causata dalla fame, dalla mancanza di medicinali per malattie croniche e dal collasso totale del sistema igienico-sanitario — stia iniziando a superare quella bellica. Il numero reale delle “vittime della guerra” potrebbe aver già superato quota 75.000 se si considerano i decessi legati alla malnutrizione acuta, che colpisce in particolare la popolazione infantile nel nord della Striscia.
Il sistema sanitario, ridotto a pochi presidi di fortuna spesso privi di elettricità e materiale anestetico, non è più in grado di gestire neppure le emergenze di routine. Questo significa che una ferita lieve o una patologia gestibile in condizioni normali si trasformano oggi in sentenze di morte. Le ultime 14 ore hanno confermato che la situazione negli ospedali superstiti è al limite della tenuta psicologica per il personale medico, anch'esso duramente colpito con oltre 120 accademici e professionisti della sanità uccisi dall'inizio delle ostilità.
LA RESPONSABILITÀ DELLA MEMORIA E I NUMERI DEL “GIORNO DOPO”. Mentre la diplomazia internazionale discute di tregue fragili e piani di assistenza, il numero dei feriti ha superato le 172.000 unità. Si tratta di una massa di persone che, anche in caso di una fine immediata dei combattimenti, porterà i segni del conflitto per decenni: amputazioni, traumi psicologici profondi e disabilità permanenti che graveranno su un territorio privo di infrastrutture riabilitative. Il dato di oggi non è dunque solo un numero in un articolo di aggiornamento, ma il bilancio di un fallimento collettivo della protezione dei civili in ambito bellico. La distinzione tra “errori tattici” e “conseguenze deliberate”, citata spesso nelle interviste dai vertici militari e politici, svanisce di fronte alla sistematicità con cui la popolazione civile è stata colpita. Oggi come oggi la Striscia di Gaza si presenta come un immenso cimitero a cielo aperto dove il conteggio dei morti è l'unica attività burocratica che non conosce sosta, in attesa che una reale volontà politica metta fine a una contabilità che ha già abbondantemente superato ogni limite di umanità.
MORTALITÀ INFANTILE. In coda alla drammatica contabilità delle vittime dirette, si profila un'emergenza ancora più insidiosa: la proiezione della mortalità infantile legata alla malnutrizione e al collasso delle cure neonatali. Secondo le ultime analisi delle agenzie ONU, se le restrizioni ai flussi alimentari e ai presidi sanitari dovessero persistere nelle attuali condizioni di “assedio totale”, la quota di decessi tra i minori per cause non belliche potrebbe raddoppiare entro la fine dell'estate. La combinazione tra l'assenza di programmi vaccinali, interrotti ormai da oltre trenta mesi, e la diffusione di patologie gastrointestinali dovute all'acqua contaminata sta decimando i bambini nati sotto i bombardamenti, per i quali anche una banale infezione si trasforma in una sfida insuperabile. La comunità scientifica internazionale avverte che questa “mortalità silenziosa” rischia di produrre un vuoto demografico che segnerà il destino della Striscia per i prossimi cinquant'anni, trasformando la malnutrizione acuta nella principale causa di morte per le nuove generazioni palestinesi.
MIGLIAIA SOTTO LE MACERIE. Parallelamente, il dramma dei dispersi sotto le macerie rappresenta una ferita aperta che impedisce qualsiasi reale processo di lutto e stabilizzazione statistica del conflitto. Le stime più recenti fornite dalla Protezione Civile di Gaza, aggiornate alle prime ore di oggi, parlano di oltre 10.000 persone ancora sepolte nei quartieri settentrionali, dove intere aree urbane sono state livellate e dichiarate inaccessibili. Il recupero dei resti è reso impossibile non solo dalla prosecuzione degli scontri e dall'assenza di escavatori, ma anche dal pericolo rappresentato dalle migliaia di ordigni inesplosi che infestano i cumuli di detriti. Fino a quando queste migliaia di “ombre” non saranno ufficialmente identificate, il bilancio delle vittime rimarrà un'approssimazione per difetto: per ogni nome registrato negli ospedali, esiste un corpo ancora prigioniero del cemento, simbolo di una tragedia che continua a consumarsi nel silenzio delle rovine, lontano dalle telecamere e dai tavoli delle trattative internazionali. (11 MAG / deg)
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