di Paolo Pagliaro
La multinazionale svedese Electrolux ha annunciato 1.700 esuberi su circa 4.500 addetti in Italia, con la chiusura dello stabilimento di Cerreto d'Esi- in provincia di Ancona- e tagli in tutti gli altri siti. Non è un fulmine a ciel sereno: è il punto di arrivo di una crisi che si accumula da anni, e che chiama in causa responsabilità multiple — di mercato, di concorrenza, ma anche imprenditoriali. Il contesto è quello di un settore europeo degli elettrodomestici in profonda sofferenza. Domanda persistentemente debole, pressione competitiva crescente, costi strutturalmente elevati e complessità operativa in aumento hanno eroso i margini di tutti i produttori tradizionali. Il mercato europeo è tornato ai volumi di oltre dieci anni fa, spinto verso il basso da famiglie che rimandano gli acquisti e da una saturazione di prodotti già installati. In questo scenario, la concorrenza cinese — Haier, Midea, Hisense — ha cambiato le regole del gioco, offrendo prodotti di qualità accettabile a prezzi che i produttori occidentali faticano a eguagliare senza sacrificare i margini. Electrolux stessa ha avviato una partnership strategica con la cinese Midea per il mercato nordamericano, riconoscendo implicitamente di non poter competere da sola su certi segmenti. Ma ciò che colpisce — e che i sindacati hanno sottolineato con amarezza — è che questa possibilità di partnership con Midea è stata esclusa per l'Italia, lasciando i lavoratori italiani senza nemmeno quella prospettiva di salvaguardia.
Qui emergono gli errori imprenditoriali. Per anni Electrolux ha mantenuto in Italia una produzione prevalentemente di fascia media e bassa, proprio i segmenti più esposti alla concorrenza asiatica sui prezzi. La terza linea "Genesi" di Susegana, destinata a frigoriferi di livello medio-alto, non è mai stata attivata pienamente, segnale di una strategia di upgrating rimasta incompiuta. Si è parlato molto di "risalita verso l'alto di gamma", ma i fatti raccontano un'altra storia: si prevedono la cessazione della produzione di lavasciuga a Porcia, dei piani cottura a Forlì e la riduzione dei frigoriferi a Susegana, cioè proprio quei prodotti di volume su cui si reggeva l'ossatura occupazionale italiana.
Nel 2024 Electrolux aveva già gestito 373 esuberi con uscite incentivate: era il segnale di una deriva che si poteva leggere, ma che non ha prodotto una risposta strategica adeguata. Ora il salto è devastante: quasi il 40% della forza lavoro in un colpo solo, con territori come il fabrianese e il pordenonese che già soffrono e che rischiano un impatto sociale grave. La reazione dei sindacati — agitazione permanente e sciopero — è comprensibile e legittima. Ma anche il Governo dovrà fare la sua parte, non limitandosi al monitoraggio dichiarato dal Mimit, bensì aprendo un tavolo reale che esplori alternative: ammortizzatori sociali, reindustrializzazione dei siti, e forse — perché no — quella partnership con Midea che per l'America è stata possibile e per l'Italia è stata invece scartata. La partita è aperta, ma il tempo stringe.





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