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USA-IRAN, LA DIPLOMAZIA
RITORNA AGLI ULTIMATUM

USA-IRAN, LA DIPLOMAZIA <BR> RITORNA AGLI ULTIMATUM

Mentre Israele intensifica i bombardamenti nel Libano orientale e meridionale, il rapporto tra Stati Uniti e Iran subisce una mutazione genetica. Dopo le dichiarazioni di Donald Trump che ieri ha definito il cessate il fuoco “in terapia intensiva”, si consuma il definitivo passaggio dalla cronica diplomazia del logoramento a una ben più pericolosa diplomazia dell'ultimatum.

In questa contingenza, la fragile tregua che avrebbe dovuto stabilizzare la regione sembra ormai un ricordo sbiadito dalla polvere delle esplosioni e dalla rigidità delle cancellerie. La giornata di oggi si è aperta con un ulteriore inasprimento della pressione militare israeliana sul territorio libanese, parallelamente a un irrigidimento dei toni verbali che giungono dalla Casa Bianca e dai palazzi del potere iraniani. Quella che per decenni è stata una gestione calcolata delle tensioni sta dunque evaporando, lasciando spazio a posizioni massimaliste che non ammettono più zone grigie.

IL FRONTE LIBANESE: L'EVACUAZIONE DI SOHMOR E IL SANGUE A KFAR DOUNINE. La direttrice del conflitto si sta spostando con prepotenza verso l’interno e l’est del Libano. Oggi, nelle prime ore del mattino, le forze armate israeliane hanno diffuso tramite i canali social un ordine di evacuazione immediata per gli abitanti della cittadina di Sohmor, nella Valle della Bekaa. L'avviso, definito “urgente”, impone ai civili di allontanarsi di almeno mille metri dalle zone abitate, segnale inequivocabile di un imminente bombardamento su larga scala contro presunti centri logistici di Hezbollah. Questa mossa conferma come Israele non consideri più il fiume Litani come il limite geografico delle sue operazioni, estendendo il raggio d'azione in profondità nel cuore pulsante del Libano orientale.

La drammaticità del momento trova conferma nei tragici eventi di ieri sera. Un raid aereo condotto da caccia israeliani ha centrato in pieno un'abitazione a Kfar Dounine, nel sud del Paese. Il bilancio, ufficializzato dall'Agenzia Nazionale di Stampa Libanese (NNA) nelle prime ore di oggi, è di sei vittime e sette feriti. Le immagini che giungono dagli ospedali di Tiro descrivono una situazione di emergenza costante. Nonostante il cessate il fuoco sia teoricamente entrato in vigore lo scorso 17 aprile, il Ministero della Salute libanese ha aggiornato ieri il computo totale delle vittime a 2.869 dall'inizio delle ostilità, sottolineando come decine di persone siano state uccise proprio nelle settimane successive alla firma della tregua.

L’ERA DELL’ULTIMATUM: LA PROPOSTA IN 14 PUNTI DI TEHERAN. In questo scenario, il dialogo tra le potenze ha subito una torsione definitiva. Se storicamente il confronto Usa-Iran si è trascinato in una fase critica permanente fatta di piccoli passi e sanzioni alternate, l'attuale irrigidimento segna la fine della “pazienza strategica”. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha rimosso ogni margine di manovra dichiarando quest’oggi che “non c'è alternativa se non quella di accettare i diritti del popolo iraniano così come delineati nella proposta in 14 punti”. L'impiego del termine “alternativa” come negazione di ogni altro sentiero negoziale trasforma il documento iraniano in un ultimatum di fatto. “Qualsiasi altro approccio si rivelerà del tutto inconcludente; solo un fallimento dopo l'altro”, ha aggiunto Ghalibaf oggi, inviando un messaggio chiaro: Teheran non è più disposta a negoziare sui singoli punti, ma esige l'accettazione in blocco del pacchetto. Questo atteggiamento si sposa con quanto dichiarato ieri dallo stesso leader, il quale aveva avvertito che il Paese è pronto “a reagire e a dare una lezione” in caso di aggressione.

LA ROTTURA DI TRUMP: IL CESSATE IL FUOCO “IN TERAPIA INTENSIVA”. La risposta di Washington riflette specularmente questa transizione verso l'ultimatum. Donald Trump, parlando ai giornalisti alla Casa Bianca ieri, ha liquidato la postura iraniana con una diagnosi definitiva. Dopo aver definito domenica sera la risposta di Teheran come “totalmente inaccettabile”, il Presidente ha rincarato la dose ieri dichiarando che la tregua è ormai “in terapia intensiva”. Trump sembra aver abbandonato l'idea di un accordo mediato, parlando apertamente di una imminente “vittoria completa” sull'Iran. La minaccia di rilanciare il "Progetto Libertà" non è più presentata come un deterrente, ma come l'incipit di una nuova fase operativa di vasta scala. Il linguaggio utilizzato ieri suggerisce che per Washington la diplomazia non sia più uno strumento di risoluzione, ma un ostacolo alla chiusura definitiva del dossier iraniano.

IL FATTORE EMIRATI E L'ALLARGAMENTO DEL PERIMETRO. Un elemento di grande instabilità emerso ieri riguarda il coinvolgimento attivo degli Emirati Arabi Uniti. Fonti giornalistiche americane hanno rivelato attacchi condotti da Abu Dhabi all'inizio di aprile contro impianti petroliferi sull'isola di Lavan. Questo coinvolgimento diretto rompe il duopolio del conflitto (Usa/Israele vs Iran) e spiega la violenta reazione di Teheran che ha colpito ieri obiettivi in Kuwait e negli stessi Emirati. La crisi non è più un braccio di ferro bilaterale, ma una guerra di posizione regionale dove la diplomazia è stata sostituita dal sabotaggio strategico. La situazione attuale suggerisce che i paracadute diplomatici siano stati definitivamente tagliati. Mentre i prezzi del petrolio tornano a salire, la diplomazia dell'ultimatum ha preso il posto del compromesso. La fermezza di Teheran e la retorica della “vittoria completa” di Trump indicano che la regione non sta più cercando una via d'uscita, ma sta misurando le forze per lo scontro che verrà. La domanda che aleggia nelle cronache di oggi non è se la tregua reggerà, ma quale evento segnerà lo strappo definitivo oltre il punto di non ritorno.

(12 MAG – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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