Il baricentro della diplomazia internazionale si sposta per tre giorni a Pechino mentre il Medio Oriente resta un quadrante di tensioni armate e di equilibri precari. Il fulcro dell'attenzione geopolitica globale è infatti puntato sul viaggio di Stato del presidente statunitense Donald Trump, il cui arrivo nella capitale cinese è previsto per le prossime ore. Ieri pomeriggio l’inquilino della Casa Bianca ha lasciato Washington preannunciando una “lunga conversazione” con l'omologo cinese Xi Jinping in merito al dossier Iran. Nonostante l'urgenza rappresentata dal conflitto mediorientale, che ha sensibilmente logorato il prestigio e le risorse statunitensi nell'area, l'amministrazione americana ha scelto di impostare la propria strategica comunicativa in merito alla trasferta presidenziale sul terreno a lei più congeniale, dichiarando che il tema centrale dei colloqui bilaterali rimarrà il commercio. Questa strategia, letta dietro le quinte dai principali analisti internazionali, renderebbe palese il tentativo di Washington di non presentarsi al tavolo negoziale in una posizione di evidente vulnerabilità e di non concedere a Pechino un'eccessiva leva diplomatica sul fronte iraniano.
La delegazione americana, che include colossi della tecnologia come Elon Musk di Tesla e Tim Cook di Apple, punta a strappare accordi multimilionari sull'acquisto di prodotti agricoli e velivoli, cercando di blindare la fragile tregua commerciale siglata lo scorso autunno dopo la durissima guerra tariffaria del 2025. Dietro le rassicurazioni di facciata di Trump, secondo cui i rapporti con Xi sarebbero “fantastici”, si nasconde la necessità impellente di stabilizzare le catene di approvvigionamento globali, pesantemente colpite dal blocco dello Stretto di Hormuz. L'amministrazione americana è consapevole che Pechino, pur avendo offerto sponde cruciali a Teheran nel corso del conflitto, patisce enormemente il rincaro dei prodotti energetici derivante dalle ostilità. Il fatto che Washington dichiari di non aver bisogno dell'aiuto della Cina per risolvere la crisi iraniana è il classico posizionamento negoziale muscolare, smentito nei fatti dall'agenda di un vertice che non potrà prescindere dal trovare una quadra sulla via d'acqua più calda del pianeta.
IL PAKISTAN MEDIATORE E LA MOSSA FELPATA DI WANG YI. Mentre l'Air Force One è in volo verso l'Asia, la diplomazia cinese ha accelerato i propri movimenti formali, muovendosi lungo l'asse Islamabad-Teheran per consolidare la propria postura di grande mediatore globale senza esporsi in prima linea. Nella giornata di ieri, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha intrattenuto un lungo colloquio telefonico con il suo omologo pakistano, Ishaq Dar. Nel corso della telefonata, i cui dettagli ufficiali sono stati diffusi dai media di Stato cinesi soltanto nella mattinata di oggi, Wang Yi ha esortato formalmente il Pakistan a “intensificare i suoi sforzi di mediazione” tra Teheran e Washington. Il focus dell'iniziativa diplomatica promossa da Pechino risiede nella necessità stringente di disinnescare la crisi logistica nel golfo, spingendo Islamabad a “contribuire ad affrontare adeguatamente le questioni relative all'apertura dello Stretto di Hormuz”.
La Cina ha messo sul piatto il proprio peso economico e politico, assicurando che “continuerà a sostenere gli sforzi di mediazione del Pakistan e darà il proprio contributo a tal fine”. La risposta istituzionale di Islamabad è giunta tramite una nota ufficiale del Ministero degli Esteri pakistano, in cui è stato formalmente rimarcato che “entrambe le parti hanno sottolineato l'importanza di mantenere un cessate il fuoco duraturo e di garantire il normale flusso di traffico attraverso lo Stretto di Hormuz”. Questa triangolazione svela la reale preoccupazione delle potenze regionali: la paralisi delle rotte marittime commerciali rischia di soffocare le economie asiatiche. Utilizzando il Pakistan come pivot diplomatico, la Cina tenta di presentarsi agli occhi di Donald Trump con un pacchetto di proposte già parzialmente digerite dall'Iran, Paese del quale Pechino rimane il principale acquirente di greggio e il più solido partner economico e strategico.
LA RETORICA DI TEHERAN E IL NODO DELLE CAPACITÀ BALISTICHE REALI. Sul fronte iraniano, la dialettica ufficiale rifiuta categoricamente qualsiasi sottomissione alle pressioni occidentali, mantenendo toni di aperta sfida morale. Il portavoce del Ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei, ha commentato duramente lo stato delle ostilità, definendo il conflitto condotto dagli Stati Uniti e da Israele contro la Repubblica Islamica come uno scontro frontale e insanabile tra “un popolo fiero” e “bugiardi professionisti che hanno fabbricato giustificazioni per atrocità”. La durezza di queste parole è funzionale al consolidamento del consenso interno, e al contempo è un modo per ribadire ai partner regionali che l'Iran non intende negoziare da una posizione di resa, nonostante le pesantissime sanzioni economiche e i danni strutturali patiti negli ultimi mesi.
Tuttavia, l'elemento di maggiore preoccupazione per gli strateghi del Pentagono non risiede nelle dichiarazioni pubbliche, bensì nei rapporti riservati dell'intelligence. Funzionari dei servizi di informazione statunitensi, che hanno chiesto di restare anonimi, hanno rivelato al New York Times che la Repubblica Islamica conserva capacità missilistiche intatte e drammaticamente significative. Questa evidenza smentirebbe nettamente i proclami trionfalistici diffusi in precedenza da Donald Trump, il quale aveva affermato che le forze armate iraniane erano state completamente annientate e neutralizzate dalla massiccia campagna di attacchi congiunti israelo-americani lanciata a partire dal 28 febbraio scorso. Secondo le stime aggiornate degli analisti americani, l'Iran sarebbe riuscito a riattivare ben 30 dei suoi 33 siti di lancio missilistico posizionati strategicamente lungo le coste dello Stretto di Hormuz. Inoltre, i rilievi satellitari indicano che circa il 90% dei siti missilistici sotterranei iraniani – le cosiddette “città dei missili” protette dai bunker di roccia – risultano attualmente “parzialmente o completamente operativi”. Si tratta di un dato che cambia radicalmente i rapporti di forza: Teheran mantiene intatta la propria capacità di ritorsione balistica e la facoltà di sigillare lo stretto, un argomento di enorme peso specifico che aleggerà inevitabilmente nei colloqui privati di Pechino. (13 MAG - deg)
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