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direttore Paolo Pagliaro

ESCALATION IN LIBANO
TIMORI PER L’UNIFIL

ESCALATION IN LIBANO <BR> TIMORI PER L’UNIFIL

La situazione sul terreno lungo la linea di demarcazione israelo-libanese registra un sensibile e preoccupante deterioramento. Nonostante l'accordo formale di tregua che risultava in vigore dallo scorso 17 aprile, le operazioni cinetiche hanno subito una marcata accelerazione nelle ultime quarantotto ore, smentendo di fatto i tentativi di stabilizzazione intrapresi dalle diplomazie internazionali.

I bombardamenti condotti dalle forze aeree e dall'artiglieria israeliana si sono intensificati in modo sistematico in tutto il settore meridionale del Libano. Le operazioni di ieri hanno colpito duramente il tessuto territoriale della regione, interessando oltre 30 località differenti. I dati ufficiali forniti dal Ministero della Salute libanese e confermati dall'agenzia di stampa nazionale NNA indicano un bilancio drammatico, con almeno 22 vittime accertate e ingenti danni materiali alle infrastrutture civili e logistiche della zona.

La condotta delle operazioni militari israeliane indica la volontà di colpire in profondità la catena di comando e i depositi di munizioni attribuiti alle milizie sciite, prescindendo dai vincoli formali della tregua. Tel Aviv giustifica la pressione militare con la necessità di neutralizzare le minacce immediate prima dell'avvio di qualunque negoziato formale, applicando la dottrina della massima pressione sul terreno per ottenere concessioni al tavolo diplomatico.

La risposta delle forze di Hezbollah non si è fatta attendere e si è manifestata attraverso l'impiego coordinato di vettori aerei senza pilota e imboscate tattiche. Un portavoce militare israeliano ha confermato ieri che diversi droni esplosivi lanciati dal movimento sciita libanese sono riusciti a penetrare lo spazio aereo controllato e si sono schiantati in prossimità delle aree del Libano meridionale dove risultano schierate le unità avanzate delle forze di difesa israeliane.

L'alto comando militare israeliano ha precisato che lo schianto di questi vettori non ha provocato vittime tra il personale in uniforme né danni significativi alle installazioni logistiche di prima linea. Quasi contemporaneamente, il comando militare di Hezbollah ha rivendicato la responsabilità diretta di una serie di incursioni condotte tramite droni e di imboscate tese contro le pattuglie israeliane operanti nei settori di confine.

Queste azioni armate dimostrano la persistente capacità operativa del gruppo filoiraniano, che nonostante le perdite subite nelle settimane precedenti mantiene intatta la facoltà di condurre attacchi di precisione asimmetrici, sfruttando le caratteristiche orografiche del terreno e l'efficacia dei sistemi d'arma a pilotaggio remoto per aggirare le difese aeree avversarie.

IL RUOLO DI UNIFIL E I RISCHI PER IL MONITORAGGIO INTERNAZIONALE. Il progressivo inasprimento delle ostilità ha posto in una condizione di estrema vulnerabilità la Forza di Interposizione delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL). I vertici della missione internazionale hanno espresso ieri una profonda e crescente preoccupazione per l'evoluzione dei combattimenti, che si svolgono con frequenza sempre maggiore nelle immediate vicinanze delle posizioni e delle basi operative dei caschi blu.

L'elemento di maggiore criticità è rappresentato dal mutamento tecnologico del conflitto, caratterizzato dal massiccio utilizzo di droni da ricognizione e da attacco da parte di entrambi i contendenti. UNIFIL ha segnalato che numerose esplosioni si sono verificate all'interno e nelle aree perimetrali delle proprie basi nel sud del Libano. Sebbene fortunatamente non si siano registrate vittime o feriti tra il personale militare e civile delle Nazioni Unite, l'integrità della missione è costantemente minacciata dall'accuratezza relativa di tali sistemi d'arma e dal rischio di errori di calcolo tattico da parte dei belligeranti.

La presenza dei caschi blu, concepita originariamente come cuscinetto e garanzia di trasparenza, rischia di essere ridotta a un ruolo di testimonianza passiva, incapace di esercitare un reale deterrente di fronte alla determinazione militare delle parti in causa.

LA DIPLOMAZIA DI WASHINGTON E IL FATTORE SINO-AMERICANO. Mentre le armi continuano a operare sul terreno, si registrano importanti movimenti sul piano della diplomazia globale. I rappresentanti ufficiali di Libano e Israele, nazioni che non intrattengono formalmente relazioni diplomatiche bilaterali, si apprestano ad avviare oggi a Washington un nuovo e cruciale ciclo di colloqui formali. I negoziati si svolgeranno sotto l'egida e la mediazione diretta dell'amministrazione degli Stati Uniti, nel tentativo di formalizzare una de-escalation duratura e ridefinire i parametri di sicurezza lungo il confine.

Questo percorso diplomatico si avvia tuttavia in un clima di forte scetticismo interno: Hezbollah ha confermato la propria netta opposizione a qualsiasi concessione o accordo che possa limitare la sua capacità di deterrenza o che comporti un riconoscimento indiretto della controparte israeliana. La delegazione libanese si trova quindi a Washington in una posizione negoziale estremamente complessa, stretta tra le pressioni internazionali per la pace e il veto politico-militare esercitato internamente dalla componente sciita.

Nello stesso momento in cui si aprono i tavoli di discussione nella capitale americana, l'azione politica di Washington si estende anche sul quadrante asiatico. Donald Trump è arrivato ieri a Pechino per dare inizio a un cruciale vertice bilaterale con il Presidente cinese Xi Jinping. L'obiettivo primario della missione della Casa Bianca è esercitare una forte pressione politica sulla leadership cinese, affinché Pechino utilizzi la sua considerevole influenza economica e strategica nei confronti dell'Iran per favorire una risoluzione complessiva della crisi mediorientale.

La Cina rappresenta il principale partner commerciale e il maggiore acquirente di petrolio della Repubblica Islamica, una posizione che conferisce a Pechino una leva geopolitica unica su Teheran. La diplomazia americana tenta così di internazionalizzare la gestione della crisi, legando i dossier commerciali e strategici globali alla stabilità del Medio Oriente. Resta da verificare la reale disponibilità della Cina a spendere il proprio capitale politico con l'Iran per assecondare un'iniziativa a guida statunitense, all'interno di una competizione globale tra le due superpotenze che rimane aperta su molteplici altri fronti. (14 MAG  - deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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