Il caso Electrolux, venuto alla ribalta in questi giorni per l’annuncio di importanti licenziamenti, è un caso di studio che dovrebbe essere ben osservato anche da chi si occupa di politiche scolastiche. Il settore industriale è quello dell’elettrodomestico, detto anche del bianco e, come tutti i settori, è costituito da una supply chain che ha come driver principale le aziende dei differenti marchi, in tal caso Electrolux. Il numero degli addetti non è solo quello degli stabilimenti di Electrolux, ma di tutta la filiera, stimati all’incirca 3 volte i dipendenti degli stabilimenti di produzione. Quindi, un licenziamento di 1700 persone significa di fatto una mancanza di lavoro per circa 5000 persone, contando anche le aziende della supply chain.
La crisi di Electrolux origina da fatti strutturali. È un settore che per varie ragioni non ha più grandi prospettive di crescita nel mercato nazionale e non è da esportazione. Produce beni di media-bassa complessità che ormai sanno produrre molto bene quelle manifatture dei paesi in via di sviluppo che stanno passando da manifatture grezze a manifatture sempre più sofisticate.
L’Egitto è uno di questi paesi, con l’industria del bianco in grande espansione ed è diventato già il polo industriale di riferimento di tutto il Medio Oriente. In Egitto opera un gruppo industriale a prevalente capitale americano, che fa una produzione di alta qualità per un mercato dei consumi in crescita e ad alto tasso di crescita demografica. Quindi ci sono tutte le condizioni di sviluppo per questa tipologia di manifattura. Non solo, ma questo polo industriale ha al suo interno una scuola professionale, con vari indirizzi, molto ben organizzata, dove i curricula sono definiti con gli standard americani che supportano la crescita e lo sviluppo delle competenze tecniche necessarie con programmi di cooperazione internazionale; un po’ come fanno i tedeschi. Il direttore della sezione meccanica è l’ex responsabile della formazione professionale dei Salesiani del Cairo, una persona di grandissima esperienza che conosco molto bene.
Tutto questo fa ben capire che, per una serie di prodotti dell’industria manifatturiera, interi settori prossimamente spariranno in Italia, trascinandosi gran parte delle supply chain. Ciò avverrà a mano a mano che le manifatture dei paesi in via di sviluppo inizieranno a fare gli stessi prodotti con gli stessi standard di qualità, a costi più bassi, e con mercati anche locali in grande espansione, soprattutto per la crescita demografica. Due anni fa avevo ampiamente argomentato questa ipotesi concentrandomi sul settore acciaio e sul settore automotive prevedendo il declino di Stellantis, e avevo previsto che il settore successivo di crisi, al di là di altri settori di dimensioni ancora non rilevanti, sarebbe stato l’elettrodomestico. È quello che è successo, e ci sarebbe già da discutere su altri settori della componentistica della subfornitura già in forte crisi accentuata dalla questione dei dazi.
Ecco perché più volte ho evidenziato l’assoluta necessità di costruire un piano industriale nazionale che evidenziasse molto bene tutti i settori industriali con le loro prospettive di competitività nel lungo periodo. È la prima caratteristica che si deve individuare, come ben scritto anche nel famoso Rapporto Draghi. Ciò che è stato prodotto dal Ministero delle Imprese, con più di un anno di ritardo per evidenti incapacità è insufficiente e, a dir poco, imbarazzante.
L’Italia potrà rimanere un paese con un settore manifatturiero importante solo se saprà scegliere e puntare su quei settori ad alta competitività. Ed è la ragione per cui insisto sull’importanza del machinery industriale del made in Italy (ossia tutta la tipologia dei macchinari che servono a costruire impianti di produzione per tutti i settori), che ha una supply chain importante ed è un settore innanzitutto ad alto potenziale di crescita, ma nei mercati di esportazione. Ed è un settore “tecnologico” dove le manifatture dei paesi in via di sviluppo non hanno ancora raggiunto standard di eccellenza. L’unico paese ad altissima competitività è la Cina, ma l’Italia avrebbe canali privilegiati da utilizzare in molti paesi africani. Aggiungo però che è un settore che richiede la capacità di applicare modelli di business che vanno oltre il B2C e Il B2B, ma che riguardano il business to government finanziato con debito autorizzato dal FMI.
L’Italia è comunque ben organizzata per questa tipologia di mercati e ha una lunga tradizione grazie a Sace, società appartenente a Cassa Depositi e Prestiti.
Ecco la ragione per cui ho scritto tante volte che servirebbe una rete di istituti tecnici industriali del machinery del Made in Italy (e non un inutile liceo del Made in Italy), collocata in almeno 5 regioni: Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Puglia. Questi istituti tecnici dovrebbero avere due indirizzi: uno tecnico rivolto alla costruzione del prodotto, e l’altro commerciale per acquisire le nuove conoscenze necessarie per operare in contesti di esportazione con modelli di business differenti degli attuali. Una scelta del genere consentirebbe di rafforzare e addirittura ricostruire la cooperazione tecnica allo sviluppo, oggi totalmente subappaltata a Eni, che si occupa di ben altro.
Le stesse considerazioni si potrebbero fare anche per altri settori potenzialmente strategici. Si pensi solo a quello dei microchip, di cui nessuno ne parla, nonostante ci sia una azienda di Singapore che sta costruendo un importante sito produttivo a Novara con la possibilità di impiego di qualche migliaio di tecnici elettronici della cui formazione nessuno si sta occupando.





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