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direttore Paolo Pagliaro

HORMUZ, NON SI SPEZZA
L’ASSE PECHINO-TEHERAN

HORMUZ, NON SI SPEZZA <BR> L’ASSE PECHINO-TEHERAN

La diplomazia della Repubblica Popolare Cinese ha sfruttato la tribuna del vertice bilaterale di Pechino per formalizzare la propria postura ufficiale sulla crisi in corso nel quadrante mediorientale. Oggi il Ministero degli Esteri di Pechino ha diffuso un comunicato ufficiale nel quale si formula una richiesta esplicita per un cessate il fuoco completo e duraturo nella regione, ponendo l'accento sulla necessità impellente di riaprire le rotte di navigazione commerciale. La dichiarazione ministeriale riporta testualmente la posizione del governo cinese: “Le rotte marittime devono essere riaperte al più presto, come richiesto dalla comunità internazionale […] È necessario stabilire al più presto un cessate il fuoco completo e duraturo”. Il testo prosegue definendo lo scontro un evento drammatico: “Questa guerra, che non sarebbe mai dovuta scoppiare, non ha motivo di continuare”.

La tempistica e la natura di questo intervento, descritto ufficialmente come una risposta formale a un quesito giornalistico sull'inclusione del dossier iraniano nei colloqui tra Xi Jinping e Donald Trump, rivelano la complessa architettura negoziale che Pechino intende strutturare. Ieri i due leader hanno affrontato estesamente la questione durante la prima sessione di colloqui. La richiesta cinese di riaprire lo Stretto di Hormuz non risponde semplicemente a un principio di sicurezza marittima collettiva, ma riflette l'interesse primario di Pechino nel tutelare i propri approvvigionamenti energetici, essendo il principale acquirente del greggio iraniano. L'insistenza sulla cessazione delle ostilità è finalizzata a congelare il conflitto in una fase in cui la pressione militare e il blocco navale guidato dagli Stati Uniti minacciano di compromettere in modo permanente la stabilità della rete dei fornitori energetici della Cina.

LE RASSICURAZIONI E LA REALTÀ ASIMMETRICA DELLO STRETTO. Il resoconto dei colloqui emerso dalle dichiarazioni della presidenza statunitense introduce elementi transattivi che Pechino gestisce con calcolata ambiguità. La Casa Bianca ha riferito che il leader cinese ha offerto garanzie formali circa l'interruzione dell'invio di equipaggiamenti militari diretti a Teheran, dichiarandosi al contempo pronto a collaborare per facilitare la riapertura e la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz. Questa concessione apparente, tuttavia, deve essere letta alla luce degli sviluppi operativi sul terreno rilevati nelle ultime ore. Ieri, in concomitanza con lo svolgimento delle sessioni del vertice a Pechino, le autorità governative di Teheran hanno annunciato che le proprie forze navali avevano autorizzato il transito sicuro di diverse imbarcazioni battenti bandiera cinese attraverso lo Stretto di Hormuz.

Il trattamento preferenziale riservato alle navi commerciali cinesi da parte di Teheran evidenzia come il blocco navale e le restrizioni all'accesso non colpiscano in modo uniforme tutti gli attori internazionali. Questa dinamica indica che la cooperazione tra Cina e Iran mantiene una solidità strutturale che prescinde dalle dichiarazioni di facciata rilasciate durante gli incontri bilaterali con la delegazione americana. Per Pechino, la disponibilità ad “aiutare” nella riapertura dello Stretto si configura non come un allineamento alla strategia di sanzioni ed esercizio della forza militare propugnata da Washington, ma come un'opportunità per accreditarsi quale unico mediatore capace di dialogare efficacemente con la leadership iraniana, incrementando la propria influenza geopolitica a scapito dell'approccio coercitivo statunitense.

IL DOSSIER NUCLEARE IRANIANO E LA DETERRENZA TRANSATTIVA. Il dibattito interno alla presidenza statunitense sul livello di minaccia rappresentato dal programma nucleare iraniano ha trovato espressione in una serie di valutazioni rilasciate direttamente da Donald Trump. Ieri, nel corso di un'intervista televisiva registrata a Pechino e trasmessa dai media americani, il presidente ha affrontato la questione della gestione delle scorte di uranio arricchito accumulate da Teheran, indicando che la preferenza strategica di Washington rimanga quella di ottenerne il controllo diretto o il trasferimento fisico al di fuori del territorio iraniano. Le parole utilizzate da Trump definiscono l'obiettivo in termini pragmatici, pur riconoscendone la valenza simbolica: “Preferirei averlo. Mi sentirei meglio se lo avessi ... ma penso che sia più per ragioni di pubbliche relazioni che per altro”.

Il posizionamento della Casa Bianca non esclude il ricorso immediato ad opzioni di natura cinetica qualora la via diplomatica o il blocco navale prolungato non producessero i risultati attesi. Nello stesso intervento, il presidente ha evocato esplicitamente la possibilità di rinnovare le campagne di bombardamento aereo contro le infrastrutture strategiche della Repubblica Islamica, richiamando i precedenti attacchi condotti dalle forze armate statunitensi nel corso del 2025: “Quello che potremmo fare è bombardare di nuovo”. Questa postura si caratterizza per una spiccata fluidità analitica, evidenziata dalle frequenti variazioni nelle dichiarazioni presidenziali circa lo stato reale delle scorte nucleari iraniane. Tali scorte vengono descritte alternativamente come del tutto inaccessibili in quanto sepolte sotto i detriti dei precedenti attacchi, o come materiali la cui neutralizzazione può essere garantita attraverso sofisticati sistemi di monitoraggio e sorveglianza a distanza, segnalando una deliberata strategia volta a mantenere Teheran in uno stato di costante incertezza strategica.

(© 9Colonne - citare la fonte)
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