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direttore Paolo Pagliaro

SE IL “REGIME CHANGE”
NAUFRAGA SULLA FORCA

SE IL “REGIME CHANGE” <BR> NAUFRAGA SULLA FORCA

Un bagno di sangue per annegare ogni rigurgito di dissidenza. L’impennata repressiva registrata in Iran nel corso del 2025 non rappresenta soltanto una crisi umanitaria senza precedenti, ma riaccende con violenza il dibattito geopolitico sulla reale efficacia delle strategie occidentali di “regime change” e pressione militare. I dati diffusi oggi da Amnesty International, che certificano il raddoppio delle esecuzioni capitali fino alla quota drammatica di 2.159 impiccagioni, sollevano un paradosso doloroso: la retorica dell'interventismo statunitense e israeliano, storicamente giustificata dalla volontà di indebolire la teocrazia e favorire la liberazione del popolo iraniano, ha finito per innescare un effetto opposto, offrendo al regime l'alibi perfetto per blindarsi e soffocare il dissenso interno.

Il motore di questa spietata macchina di autoconservazione risiede nella leadership della Guardia Rivoluzionaria Islamica (IRGC). Tradizionalmente spina dorsale militare ed economica del Paese, il corpo dei Pasdaran ha capitalizzato lo stato di massima allerta geopolitica per accentrare ulteriormente il potere. La “guerra dei dodici giorni” dello scorso giugno ha offerto ai vertici dell'IRGC il pretesto securitario per sovrapporre la minaccia esterna all'opposizione interna. Nella narrazione dei Pasdaran, ogni forma di protesta, di attivismo o persino il disagio sociale legato al narcotraffico – che ha portato al patibolo 998 persone – sono stati liquidati come manifestazioni di guerra ibrida orchestrate da Washington e Tel Aviv. Questa logica di perenne assedio ha trasformato i tribunali rivoluzionari, strettamente legati all'apparato di intelligence della Guardia, in uffici di ratifica di condanne a morte di massa, eseguite con una frequenza quasi triplicata nella seconda metà dell'anno.

Di fronte a questa escalation, la comunità internazionale si riscopre divisa e in larga parte impotente, intrappolata tra la fermezza dei princìpi e la rigidità dei blocchi geopolitici. Se da un lato le Nazioni Unite e le cancellerie occidentali hanno espresso unanime condanna, invocando moratorie d'urgenza e l'inasprimento delle sanzioni mirate contro i vertici della magistratura e dell'IRGC, dall'altro la risposta globale appare fortemente polarizzata. Paesi come la Cina – detentrice del primato assoluto delle esecuzioni ma esclusa dal conteggio analitico di Amnesty perché i dati sulla pena capitale sono classificati da Pechino come segreto di Stato – e la Russia continuano a blindare Teheran nelle sedi diplomatiche, rubricando i richiami sui diritti umani come indebite interferenze occidentali negli affari sovrani della Repubblica Islamica.

Questo stallo internazionale, unito all'evidenza dei dati di Amnesty, dimostra come l'approccio muscolare esterno abbia paradossalmente fornito al regime gli strumenti retorici e politici per giustificare la propria ferocia davanti alle frange più conservatrici del Paese. La stretta che continua a consumarsi anche nei primi mesi del 2026, con le 21 esecuzioni politiche già tracciate dall'ONU dopo i fatti di febbraio, conferma che il prezzo più alto di questo scontro geopolitico non viene pagato dai palazzi del potere di Teheran, ma da una popolazione civile progressivamente più isolata, oppressa e privata di vie d'uscita. (18 MAG – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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