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direttore Paolo Pagliaro

MODENA, PIANTEDOSI:
NON SOLO ATTO FOLLE

 MODENA, PIANTEDOSI: <BR> NON SOLO ATTO FOLLE

“È figlio di immigrati marocchini, nato a Bergamo, cittadino italiano, laureato. È un soggetto a cui è stato diagnosticato un disturbo schizoide della personalità e questo rende più complesso inquadrare la vicenda. Ha manifestato rancore e insoddisfazione per la propria condizione lavorativa e sociale. In una email indirizzata alla sua università ha proferito frasi contro i bastardi cristiani e altre espressioni blasfeme, per poi chiedere scusa”. Lo afferma il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi in una intervista a Il Giornale spiegando che l'attentatore di Modena “potrebbe essere stato animato da un odio connesso al risentimento per aver ritenuto di aver subito discriminazioni. Allo stato degli atti, non ha dato segnali di radicalizzazione islamista strutturata, non risultando appartenente a reti di propaganda fondamentalista. Dalle perquisizioni e dalle analisi dei telefoni, al momento, non emergerebbero elementi riconducibili al profilo classico del terrorista che pianifica azioni violente. Ma l'esatto inquadramento lo avremo quando gli inquirenti completeranno il loro lavoro e, in ogni caso, tutto questo non può portare a liquidare l'attacco come il gesto di un folle isolato. Parliamo comunque di un'aggressione deliberata contro civili inermi, di una gravità assoluta, che pone interrogativi profondi sul disagio sociale, sull'integrazione e sui percorsi identitari di alcune seconde generazioni. Sarebbe un errore archiviare tutto con una spiegazione semplicistica o rassicurante”. Il ministro chiarisce che “la minaccia dei lupi solitari è oggi una delle più insidiose. Parliamo di individui che spesso si radicalizzano in solitudine, consumano propaganda online e colpiscono senza una struttura organizzata alle spalle. Questo rende molto più difficile prevenire ogni singolo gesto” e aggiunge che “se dovesse emergere una matrice radicale o terroristica, bisognerebbe capire come un eventuale percorso di radicalizzazione possa essere sfuggito a un sistema di prevenzione che in Italia è all'avanguardia. Se invece ci trovassimo davanti a una deriva psichiatrica o a un gesto emulativo, il problema non sarebbe affatto minore. Bisognerebbe comunque interrogarsi su come segnali così pericolosi possano essere rimasti invisibili. Soprattutto in una regione come l'Emilia-Romagna, che storicamente rappresenta un modello avanzato sul piano sociale e dell'assistenza territoriale. In entrambi i casi sarebbe sbagliato minimizzare”. Piantedosi sottolinea inoltre che “l'integrazione non si misura con un titolo di studio, un passaporto o con un'etichetta sociologica. Chi usa la violenza contro innocenti va giudicato severamente per quello che ha fatto. Sarebbe superficiale negare il problema del disagio psichico, tanto quanto usare questo elemento per evitare una riflessione più ampia sulle fragilità identitarie, sociali e culturali che possono emergere anche nelle seconde generazioni. Qualora emergesse un disagio psichiatrico, ciò non cancellerebbe la gravità del fatto né il dovere dello Stato di capire perché è successo” concludendo che “meno ingressi illegali significa più capacità di controllo, più identificazioni, meno pressione sui territori e maggiore sicurezza. Anche l'Europa sta riconoscendo che servono strumenti nuovi e coraggiosi per governare i flussi migratori. Noi continueremo su questa strada con determinazione. Purtroppo i dati dimostrano che una quota molto significativa dei reati è commessa da stranieri irregolari o da soggetti che vivono ai margini della legalità”. (18 mag - red)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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