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direttore Paolo Pagliaro

BURUNDI, UNHCR:
E' UNA CATASTROFE

BURUNDI, UNHCR: <BR> E' UNA CATASTROFE

“Faccio questo lavoro da trent'anni, ma non avevo mai visto una cosa del genere. Sono rimasta sconvolta. Difficile anche solo da descrivere. L'effetto dei tagli umanitari è tangibile come mai prima. Si vede nelle tende che mancano, nell'acqua che non basta, nel cibo distribuito con il contagocce. Qui una crisi già dimenticata è stata lasciata ancora più sola”, “potevo promettere solo che avrei raccontato quello che ho visto. Ma poi torni e ti chiedi a chi possa interessare, mentre esplodono altre crisi e il Congo resta ai margini. E può solo peggiorare. Il Burundi è già uno dei Paesi più poveri del mondo. Ospita circa 113mila rifugiati congolesi e gestisce il ritorno dei burundesi fuggiti anni fa in Tanzania. La presenza delle organizzazioni umanitarie è ciò che ancora consente di reggere. Ma se anche le organizzazioni umanitarie non hanno più risorse, dove si andrà a finire?”.  Lo afferma, in una intervista ad Avvenire, Laura Iucci, di Unhcr Italia, l'Alto commissariato Onu per i rifugiati, appena tornata da Busuma, una collina burundese di terra e di fango dove si ammassano a migliaia in fuga dalla guerra, senza che ci sia da mangiare né da bere per tutti. Altissimo, spiega, “il rischio epidemico. Con la riduzione degli aiuti e la fine di Usaid si colpiscono pezzi fondamentali del sistema sanitario africano. Le persone si sposteranno sempre di più, e si sposteranno anche da malate. La pandemia avrebbe dovuto insegnarci che una crisi sanitaria dall'altra parte dell'oceano non resta mai davvero lontana”. Iucci prosegue descrivendo che a Busuma, sito pensato per 10mila persone dove oggi ce ne sono 67mila, “meno della metà delle persone ha un riparo. Anche solo un telo di plastica. Gli altri dormono all'aperto. Più del 50 per cento sono bambini, molti non accompagnati. C'è stata un'epidemia di colera, le latrine sono insufficienti, il cibo non basta. L'acqua disponibile è poco più di sei litri al giorno per persona, meno della metà dello standard minimo di emergenza”. Riguardo alle donne, la situazione è “drammatica. Circa il 92 per cento ha raccontato di avere subito violenza sessuale. Ci sono donne incinte anche a seguito degli stupri, che nella Repubblica democratica del Congo è una delle ferite più profonde. Quando le persone raggiungono i campi dei rifugiati trovano un sistema già allo stremo. Mancano ambulanze, medicinali, strutture sanitarie”. La rappresentante dell'Unhcr aggiunge che “un centro di transito pensato per 800 persone ne ospita 8mila. E non ci sono tende, né un tappetino su cui dormire, spesso non c'è neppure spazio per tutti per sedersi a terra. Oppure incontri una madre con una bambina di due mesi. Non ha abbastanza latte da dare alla bimba perché non mangia a sufficienza. Era fuggita nella foresta con altri quattro figli. Il marito e un quinto figlio si sono persi durante la fuga e non li ha più ritrovati. E quando le chiedi che cosa desidera, non dice una tenda. Dice: la pace. E poi: medicine e cibo”. (19 mag - red)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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