di Paolo Pagliaro
Quando la Russia invase l'Ucraina, l'Occidente rispose con un sistema di sanzioni che avrebbe dovuto colpire l'economia di Mosca su tutti i fronti. In realtà, a quattro anni di distanza, si può dire che le sanzioni hanno funzionato a velocità molto diverse. Per gas e petrolio l'Europa ha pagato un prezzo alto, costringendo imprese e famiglie a cambiare fornitori con costi significativi. Per il lusso, invece, la storia è andata diversamente. Nella primavera del 2022, i comunicati ufficiali sull’uscita dei brand dalla Russia si susseguivano senza sosta. Lvmh, Kering, Chanel, Hermès, Zara annunciavano il ritiro dal mercato come risposta morale all’invasione dell’Ucraina, soprattutto dopo che il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti aveva vietato l’esportazione di beni di lusso verso Russia e Bielorussia. Un’inchiesta di Pambianco News ha però rivelato giorni fa che a Mosca le tracce del lusso occidentale continuano a essere molto presenti.
Nel vuoto lasciato dalle boutique ufficiali si è inserito il meccanismo dell’import parallelo. Borse, scarpe, abbigliamento e accessori arrivano attraverso Paesi intermediari con cui i brand occidentali continuano ad avere rapporti commerciali: Turchia, Emirati Arabi Uniti e, soprattutto, Kirghizistan, Kazakistan e Azerbaijan. Nel Kirghizistan, le esportazioni verso la Russia sono passate da 400 milioni di dollari nel 2021 a 1,5 miliardi nel 2024,. Sono crescite del 504% le esportazioni di abbigliamento dal Kazakistan . E poi c’è sempre Dubai da cui le merci ripartono verso Mosca con modalità che sfuggono ai controlli europei. Il doppio standard di energia e lusso solleva domande scomode sulla coerenza della risposta occidentale all’aggressione russa, e sulla distribuzione dei relativi sacrifici.





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