L’ennesima “giravolta strategica” del presidente americano Donald Trump, che ha deciso di sospendere l’annunciatissimo attacco militare su vasta scala contro l’Iran, inizialmente pianificato per ieri, martedì 19 maggio, ridefinisce temporaneamente gli equilibri della crisi mediorientale, spostando ancora una volta l'asse dal confronto cinetico a una complessa partita diplomatica a distanza. Parlando ai giornalisti durante un sopralluogo ai lavori di costruzione della nuova sala da ballo della Casa Bianca, il capo dell'Esecutivo americano ha liquidato con fermezza le preoccupazioni per le ricadute economiche interne, a partire dall'impennata dei prezzi del carburante che grava sui consumatori statunitensi. La linea della Casa Bianca non ammette deviazioni strategiche per ragioni di consenso interno: la priorità assoluta resta l'azzeramento definitivo delle ambizioni atomiche di Teheran. Nelle ultime quattordici ore, la flessione dei mercati energetici globali e i posizionamenti delle cancellerie regionali confermano come ogni mossa formale tra Washington e il regime iraniano celi in realtà un fitto reticolo di pressioni incrociate, dove la minaccia dell'uso della forza rimane l'argomento cardine della diplomazia del disimpegno parziale.
LE PAROLE DI TRUMP ALLA CASA BIANCA E IL CALCOLO POLITICO. Davanti ai cronisti radunati tra le impalcature della residenza presidenziale, Trump ha utilizzato un registro comunicativo volto a minimizzare i costi materiali del conflitto, subordinandoli interamente alla sicurezza strategica globale. Interpellato ieri sui rincari della benzina che stanno pesando sulle famiglie americane, il presidente ha risposto senza esitazioni: “Va tutto bene. Mi dispiace, ma dobbiamo scendere e fare un piccolo viaggio” (ovvero, nessuno tema che ci si invischi in un nuovo Vietnam) ma in ogni caso, ha aggiunto il tycoon, “dobbiamo fare qualcosa con l'Iran”. Appare chiaro che la retorica dell'amministrazione americana tenda sempre più a isolare l'aspetto puramente monetario della crisi per legittimare un'operazione che, sul piano militare, era già giunta alla fase operativa finale prima dello stop ordinato nelle ultime ore di lunedì.
Il nucleo del discorso presidenziale si è concentrato sulla dottrina della prevenzione nucleare, considerata un imperativo non negoziabile rispetto a cui le fluttuazioni dei mercati interni diventano marginali. Trump ha infatti aggiunto: “Non possiamo permettere che abbiano un'arma nucleare. Volete vedere il mondo saltare in aria?”. Ciononostante, la dialettica di Trump mantiene un carattere di forte imprevedibilità tattica. Sempre ieri, parlando nuovamente ai giornalisti per ribadire la pressione su Teheran, ha alternato toni di attesa a nuove avvertenze esplicite sull'opzione militare: “Potremmo dover dare loro un altro duro colpo. Non ne sono sicuro al momento”. Dietro questa formulazione spiccatamente è facile individuare il tentativo di mantenere alta la tensione psicologica, offrendo al contempo all'opinione pubblica americana una giustificazione esistenziale per i sacrifici economici legati al blocco navale e alla chiusura delle rotte commerciali strategiche.
LA CRONOLOGIA DEL RINVIO E L’INTERVENTO DELLE MONARCHIE DEL GOLFO. La ricostruzione temporale delle decisioni politiche dell'amministrazione evidenzia una gestione della crisi scandita da scadenze serrate. Nella serata di lunedì, attraverso i propri canali social, il presidente statunitense aveva formalizzato un severo avvertimento alla leadership iraniana, dichiarando che il tempo utile per evitare una nuova escalation militare stava per scadere. I piani del Pentagono prevedevano l'avvio di un'offensiva aerea e missilistica massiccia proprio per ieri, martedì 19 maggio. La macchina bellica era giunta a uno stadio di attivazione pressoché totale, con assetti navali e aerei già rischierati nei quadranti operativi e pronti all'ordine di ingaggio.
Lo scenario è mutato a poche ore dal via libera definitivo, a seguito di un'intensa attività diplomatica sull'asse Washington-Riad-Doha. Come riferito dallo stesso Trump ieri pomeriggio, la sospensione temporanea dei raid è stata concessa accogliendo le esplicite richieste pervenute dall'emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, dal principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, e dal presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan. I leader del Golfo hanno chiesto alla Casa Bianca una finestra di due o tre giorni per valutare la percorribilità di una nuova proposta negoziale trasmessa da Teheran tramite la diplomazia pakistana, ritenendo che vi siano margini concreti per ottenere concessioni strutturali sul programma nucleare della Repubblica Islamica senza ricorrere a un bombardamento distruttivo.
LA GUERRA DI LOGORAMENTO E LE RIVENDICAZIONI DI TEHERAN. La risposta ufficiale giunta dall'Iran riflette la necessità del regime di bilanciare la forte sofferenza economica interna con il mantenimento di una postura di assoluta fermezza ideologica e militare. Sempre ieri, martedì, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha espresso parole di aperto trionfalismo riguardo ai passati scontri con le forze statunitensi, celebrando la distruzione di “decine” di aerei americani “del valore di miliardi” dall'inizio delle ostilità. Per sostenere tale tesi, il capo della diplomazia di Teheran ha fatto esplicito riferimento a un rapporto interno del Congresso degli Stati Uniti, spingendosi a rivendicare direttamente la responsabilità dell'abbattimento di un caccia F-35, un potente velivolo da combattimento che, secondo le sue affermazioni, l'esercito iraniano sarebbe stato “il primo” in assoluto a intercettare e colpire.
Queste dichiarazioni non si limitano a un bilancio retrospettivo, ma intendono tracciare una linea di sbarramento psicologico contro l'eventualità che Washington riattivi l'ordine di attacco sospeso ieri. Araghchi ha formulato un avvertimento esplicito sulle capacità di resistenza e di contrattacco della Repubblica Islamica, asserendo che Teheran ha capitalizzato l'esperienza sul campo per affinare le proprie contromisure asimmetriche. Il ministro degli Esteri ha ammonito i rivali occidentali dichiarando che “con le lezioni apprese e le conoscenze acquisite, il ritorno alla guerra porterà molte altre sorprese”, e ribadendo in un secondo passaggio che “un ritorno alla guerra riserverà molte altre sorprese”. In filigrana, la leadership iraniana cerca di accreditare l'idea che un'estensione del conflitto non si risolverebbe in una campagna aerea unilaterale, ma scatenerebbe risposte tecnologiche e balistiche imprevedibili, capaci di colpire gli assetti strategici americani e dei loro alleati nell'area.
Tuttavia, al di là dei proclami bellici, la pressione esercitata dall'apparato sanzionatorio e dal blocco navale guidato dagli Stati Uniti sta determinando effetti profondi sul tessuto produttivo del Paese. I flussi di esportazione di greggio dal terminal strategico dell'isola di Kharg risultano sostanzialmente azzerati da oltre una settimana, privando le casse dello Stato di ingenti entrate valutarie giornaliere. Nelle comunicazioni rivolte alla popolazione, i vertici governativi iraniani hanno iniziato a delineare uno scenario di austerità prolungata, ammettendo la prospettiva di una crescita inflazionistica e di severe carenze nell'approvvigionamento di beni e ricambi necessari alla manutenzione delle infrastrutture nazionali. La proposta di compromesso presentata dal governo iraniano, pur includendo aperture sul cessate il fuoco, continua a subordinare l'intesa alla revoca totale delle sanzioni economiche e al ritiro delle forze navali straniere dal corridoio di Hormuz, condizioni che Washington giudica attualmente irricevibili. (20 MAG – deg)
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