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direttore Paolo Pagliaro

LIBANO, E’ UNA STRAGE
DI OPERATORI SANITARI

LIBANO, E’ UNA STRAGE <br> DI OPERATORI SANITARI

Il perimetro della crisi mediorientale si allarga drammaticamente sul fronte settentrionale, dove la contabilità dei danni collaterali cede il passo a una strage sistematica di personale umanitario e di prima emergenza. Nelle prime ore di oggi, venerdì 22 maggio, un bombardamento aereo israeliano ha centrato in pieno un centro di risposta alle emergenze della difesa civile a Hanawiya, una località situata a breve distanza dalla città costiera di Tiro, nel Libano meridionale. L'agenzia di stampa ufficiale libanese ANI ha confermato che l'attacco notturno ha provocato la morte immediata di quattro membri del personale medico in servizio. L'episodio segue di poche ore il gravissimo raid che ieri ha semidistrutto l'ospedale governativo di Tebnine, ferendo sette operatori sanitari e devastando i reparti di terapia intensiva e chirurgia. Questi eventi confermano una tendenza tattica in cui i presidi di cura e i soccorritori non costituiscono più zone franche, ma si ritrovano esposti alla prima linea del fuoco cinetico.

I NUMERI DEL CONFLITTO IN LIBANO: LA PARALISI DEL SISTEMA DI CURA. I dati ufficiali forniti dal Ministero della Salute di Beirut e monitorati dalle agenzie internazionali descrivono un quadro di devastazione strutturale dall'inizio delle operazioni militari su vasta scala, riprese lo scorso 2 marzo. Il bilancio complessivo delle vittime nel Paese ha superato la soglia dei 2.200 morti e dei 6.400 feriti, provocando al contempo lo sfollamento forzato di oltre 1,2 milioni di civili. In questo contesto di guerra aperta, il bilancio specifico pagato dal comparto sanitario è pesantissimo: sono almeno 116 gli operatori sanitari e i paramedici rimasti uccisi sotto i bombardamenti, mentre i feriti tra medici e soccorritori sul campo superano le 260 unità.

L'erosione della rete di assistenza non si limita alle perdite umane. Le autorità libanesi hanno registrato 147 attacchi diretti contro i convogli di soccorso, con il danneggiamento o la distruzione totale di 139 ambulanze. Ad oggi, ben 31 centri sanitari di cure primarie sono stati centrati dai raid e 16 ospedali hanno subito danni strutturali tali da ridurne drasticamente le funzionalità, costringendo tre di essi alla totale sospensione delle attività operative in un momento di massima emergenza. La perdita di queste infrastrutture critiche priva intere regioni della possibilità di trattare i traumi da bombardamento, accelerando il collasso sociale delle comunità del sud.

LA NEUTRALITÀ MEDICA VIOLATA: LA DENUNCIA DELLE ORGANIZZAZIONI UMANITARIE. La reiterazione dei raid contro le squadre di soccorso ha spinto le principali organizzazioni non governative a prendere una posizione di condanna estremamente netta. I vertici di Médecins Sans Frontières (MSF) hanno espresso profonda apprensione per quello che definiscono un “modello allarmante” di attacchi intenzionali contro i primi soccorritori, citando anche le recenti uccisioni di paramedici della Protezione Civile a Nabatiyeh. Secondo i rapporti sul campo, le squadre di ambulanza nel sud del Libano sono ormai costrette a ritardare o limitare drasticamente gli interventi salvavita per il concreto timore di rimanere vittime dei cosiddetti attacchi “double-tap”, ovvero bombardamenti successivi che colpiscono lo stesso punto a pochi minuti di distanza, centrando i soccorritori giunti ad assistere i feriti del primo raid.

Il ritardo forzato nell'estrazione dei civili dalle macerie sta determinando un incremento della mortalità per traumi che sarebbero altrimenti trattabili. Le associazioni umanitarie sottolineano come la distruzione sistematica delle cliniche e l'uccisione del personale sul campo violino apertamente il principio della neutralità medica sancito dalle Convenzioni di Ginevra. Dal punto di vista analitico, la pressione militare sulle strutture sanitarie del sud appare finalizzata a rendere l'area logisticamente inabitabile per la popolazione civile residua, svuotando i centri urbani a ridosso della linea di demarcazione per creare una zona cuscinetto de facto, privando chi resta di qualsiasi presidio di sopravvivenza.

GLI APPELLI DELL'ONU E LO STALLO DELLA DIPLOMAZIA INTERNAZIONALE. La gravità della situazione sanitaria è stata oggetto di un duro richiamo da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che ha registrato oltre 160 attacchi contro operatori e strutture tra marzo e la metà di maggio. L'OMS ha evidenziato come il sistema sanitario libanese, già strutturalmente indebolito da anni di crisi economica interna, si trovi nell'impossibilità fisica di gestire il volume e la complessità dei politraumi derivanti dall'uso di armamenti ad alto potenziale in aree densamente popolate. I funzionari delle Nazioni Unite a Beirut hanno lanciato un appello urgente affinché venga garantita l'immunità ai corridoi medici e alle strutture di soccorso, ribadendo che l'accesso alle cure è un diritto fondamentale anche in tempo di ostilità palesi.

Tuttavia, la dialettica diplomatica del Palazzo di Vetro sbatte contro la realtà dei fatti: l'accordo di cessate il fuoco sponsorizzato internazionalmente nei mesi scorsi non ha prodotto una reale cessazione delle ostilità sul terreno libanese, traducendosi in una tregua puramente nominale che non impedisce la prosecuzione delle campagne di bombardamento aereo e dei raid mirati con l'uso di droni. La paralisi decisionale del Consiglio di Sicurezza dell'ONU permette il superamento continuo di quelle che un tempo erano considerate linee rosse del diritto internazionale umanitario, riducendo gli appelli formali a mere dichiarazioni di principio prive di efficacia coercitiva nei confronti dei belligeranti. (22 MAG – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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