A fine 2025 la perdita di potere d'acquisto delle retribuzioni si attesta all'8,6% rispetto a gennaio 2019. È uno dei dati contenuti nel 34° Rapporto annuale dell'Istat, presentato ieri mattina presso l'Aula dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati. Il dato si spiega guardando all'intera traiettoria dal 2019 a oggi: l'inflazione è cresciuta del 23%, mentre la crescita delle retribuzioni si è fermata 13,2%. Il meccanismo è ricostruito con precisione nel Rapporto. Nei primi due anni e mezzo del periodo considerato, la crescita contenuta dei salari aveva avuto un impatto modesto sul potere d'acquisto, grazie a un'inflazione altrettanto debole. Dal secondo semestre del 2021 l'accelerazione dei prezzi ha prodotto, nel 2022 e nel 2023, un rilevante arretramento delle retribuzioni in termini reali. Dalla fine del 2023 è iniziato il recupero: gli incrementi contrattuali, tornati in linea con il quadro inflazionistico, combinati con una dinamica dei prezzi rimasta quasi costantemente sotto il 2%, hanno consentito di ridurre progressivamente il divario. Nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono cresciute del 3,1%, con il settore privato al 3,2% — industria al 3,4%, servizi al 3,0% — e la pubblica amministrazione al 2,7%. A fronte di un'inflazione IPCA all'1,6%, è il secondo anno consecutivo di recupero reale. Le retribuzioni di fatto per unità di lavoro, stimate nei Conti nazionali, hanno registrato una crescita leggermente più contenuta (+2,6%), riflettendo la concentrazione delle risorse sui minimi contrattuali per arginare la perdita accumulata nel biennio 2022-2023. La perdita non è distribuita in modo uniforme. A livello settoriale è più contenuta nell'industria (-5,3%) e quasi doppia nei servizi privati e nella PA (rispettivamente -10,3% e -10,4%), dove i rinnovi contrattuali sono arrivati in ritardo e con aumenti più bassi. Il confronto internazionale aggrava il quadro: in termini reali, rispetto al 2019, le retribuzioni lorde italiane per dipendente sono inferiori del 3,5%, le francesi del 1,8%; la Germania è in terreno positivo (+0,7%), la Spagna addirittura al +4,0%. La forbice si spiega con la diversa intensità della crescita nominale — circa il 16% per Italia e Francia, oltre il 25% per Germania e Spagna — e con la composizione dell'occupazione: in Spagna la forte crescita degli occupati (+13,6% tra 2019 e 2025) è avvenuta quasi esclusivamente su posizioni a tempo pieno e in settori ad alta retribuzione; in Italia, a fronte di un +6,0% di dipendenti, la ricomposizione settoriale ha favorito costruzioni e ristorazione, comparti con retribuzioni sotto la media. Le prospettive per il 2026 sono incerte. La dinamica salariale acquisita è stimata ampiamente oltre il 2% per l'intera economia, con il settore privato al +2,3% e la PA al +2,4%. Ma le pressioni sui prezzi energetiche legate al conflitto in Medio Oriente potrebbero, a seconda della loro persistenza, rallentare la fase di recupero o aprire un nuovo ciclo di perdita del potere d'acquisto. (22 MAG - lug)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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