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Il colore della Costituzione

Il colore della Costituzione

di Oronzo Mazzotta

Il bel libro di Antonio Polito, firma prestigiosa del Corriere della sera (La Costituzione non è di sinistra, Silvio Berlusconi, 2026), è un documentato excursus sui lavori della Costituente e sui contenuti della Carta, della quale segnala luci ed ombre. Da ascrivere alle ombre specialmente la parte che si occupa dell’architettura ordinamentale. L’esito di questa ampia panoramica è la conclusione evocata provocatoriamente nel titolo e che si riassume nel seguente interrogativo: perché mai la Costituzione è invocata dai partiti di sinistra a supporto delle loro rivendicazioni, come se appartenesse loro per una sorta di volontà divina?
Sappiamo – l’abbiamo ricordato più volte anche su queste colonne e lo ricorda Polito – che le norme costituzionali sono il frutto di faticose mediazioni fra le ideologie politiche che uscivano dal giogo fascista ed erano state protagoniste della Resistenza, principalmente quella cattolica e quella social-comunista. È questa la ragione per cui alcune disposizioni possono apparire compromissorie e talvolta addirittura contraddittorie.
Ciononostante le grandi scelte di campo sono inequivocabili: la tutela della libertà d’impresa (art. 41) nel rispetto dei diritti-terzi che possono essere lesi da una sua espansione senza limiti (il lavoro, la sicurezza, la dignità); la protezione della persona basata sull’eguaglianza e la pari dignità sociale (artt. 2 e 3); l’indispensabilità di un salario giusto e dignitoso (art. 36). Si tratta di previsioni che hanno al centro il paradigma della dignità vero perno dell’impianto costituzionale.
Certo – sempre per restare nell’ambito dei principi fondamentali – Polito ci ricorda che esiste oltre al diritto al lavoro, anche il dovere di lavorare. Ma si tratta di una previsione che guarda al ruolo sociale che deve svolgere il cittadino-lavoratore protagonista del processo di costruzione della Repubblica e di emancipazione delle classi subalterne. Egli deve contribuire “secondo le proprie possibilità e la propria scelta” a svolgere “un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Il che significa che il cittadino ha il dovere di svolgere un’attività che sia socialmente utile, ma anche il diritto di scegliere l’attività che più ritenga coerente con le proprie attitudini. Il tutto senza subire limiti o vincoli da parte dello Stato. Tanto è vero che qualcuno ha potuto dire, a ragione, che in qualche modo nella nostra Carta costituzionale diritto al lavoro e dovere di lavorare sono “compagni di viaggio”.
Però, però, però … Siamo sicuri che i Costituenti nel formulare il principio del “dovere di lavorare” volessero totalmente escludere la libertà di chi, per scelta di vita, contesta il consumismo, il benessere e le condizioni che lo rendono possibile, rifiutando il dovere di lavorare e rifugiandosi nell’ozio? Bella domanda, a cui è difficile fornire una risposta appagante, risposta che, in gran parte, dipende da visuali ideologico-culturali. Possiamo qui solo ricordare, per contrapposizione, il punto di vista del maggiore filosofo del liberalismo del Novecento (Benedetto Croce) per il quale “non lavorare è annoiarsi, languire, morire” e quello del genero di Karl Marx (Paul Lafargue) che teorizzò, in un noto libello, Il diritto all’ozio.
Ci stiamo però allontanando un po’ troppo dal cuore della prospettiva di Polito il cui assunto di fondo è che non dovrebbero essere solo i partiti di sinistra a fare propri e sbandierare a loro uso e consumo i sacri principi costituzionali.
Secondo me però la domanda giusta è un’altra: perché mai i partiti che si riconoscono nella destra che attualmente ci governa sono così restii ad intestarsi uno o più principi costituzionali?
Io una risposta ce l’ho ed è che non c’è nel DNA del populismo (perché di questo si tratta) l’esaltazione di principi, sia pure individualistici, che fanno leva sul rispetto della persona e delle sue libertà fondamentali. C’è piuttosto un’attenzione securitaria quasi maniacale, che gioca sulla paura del diverso e dell’”altro”, l’indicazione di modelli sociali rigidi e soprattutto una tattica politica lontana anni-luce dalla funzione disegnata dalla Carta costituzionale per le “formazioni sociali” e fra queste, per i primi, i partiti.
Si tratta di una tattica che riedita, mutatis mutandis, la tecnica dell’”uomo del dopo”, ricordata da Scurati: “il leader populista, com’è il Mussolini delle origini, non ha e non deve avere proprie idee, non ha convinzioni irrinunciabili, non ha fedeltà …”, deve essere vuoto, cavo. E risulta vincente perché “quel vaso vuoto di volta in volta si riempie di ciò che si orecchia nelle conversazioni da bar, di ciò che si annusa in un giorno di mercato, di ciò che si percepisce stando dietro la folla, venendo un attimo dopo”.
Questa è la mia risposta alla domanda sul perché le destre populiste non si richiamano alla Carta e mi piacerebbe molto che Polito mi indicasse la sua.

L’autore è professore emerito di Diritto del Lavoro dell’Università di Pisa

(© 9Colonne - citare la fonte)
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