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La Repubblica
del fuoco

La Repubblica <br> del fuoco

di Enrico Campofreda

Sarebbe stata una Repubblica vera e sana se nel giorno della gloria e della festa tutti, e primo fra tutti il Presidente, avessero spento microfoni e riflettori. Non per scorno, per provare a riflettere.Su quello che la Repubblica Italiana nei suoi ottanta anni non è stata e non è. Una comunità dove la giustizia, i sentimenti, il decoro, la civiltà hanno la meglio sulla sopraffazione, il cinismo, l’indecenza, il crimine. Ennesima occasione perduta davanti a un rogo umano che ha sgomentato ma non ha scosso il cartellone celebrante con militari in tiro, pubblico plaudente, cantanti e vip abbracciati al Presidente perché l’anniversario non ammette interruzioni e lutti. Così due spettacoli, quello istituzionale profumato e lucido e quello marginale intriso di sudore e benzina, si sono incrociati senza guardarsi. E l’esecuzione mafiosa, certo, ma non di mafia esclusivamente pakistana, viene accettata e rubricata come cronaca nera aggregabile a talune punizioni che nelle carni arse e nel fuoco hanno forgiato nei secoli una purificata tradizione di fede.


Del resto le Istituzioni, pur comprendendo e magari indagando, hanno davanti una coppia assassina, pakistana, e le carcasse riarse delle vittime afghane, tutta gente venuta da fuori, un Terzo mondo che ci nutre con la propria fatica, che però non è italiana. E merita al più la riprovazione, non il cordoglio. Nelle regole non scritte, che nella vita reale d’una Repubblica inferiore, sono le uniche a contare costoro non hanno diritti, né di paga né d’inserimento restando un corpo estraneo non italiano, passibile di pira. Se questo accade, e i cadaveri combusti o mutilati questo dicono, la macchina della festa si sarebbe dovuta fermare e discutere dell’inumanità che - ahinoi - alberga nella nostra Repubblica, nata da una Resistenza, esistita solo per breve tempo dopo i sorrisi capaci d’allontanare le angosce belliche.
Invece, no. Ecco la patria che ha riunito tutti, subito, senza ripensamenti e pentimenti. Una patria di latifondisti e mazzieri, industriali guerrafondai per lucrosi capitali con o senza conflitti, la civile distribuzione di lavoro iper sfruttato fino alla schiavitù, ieri di carusi oggi di afghani, l’incremento di un’indole parassita fra evasori fiscali, faccendieri, trafficanti di uomini e di clientele politiche in una società ridotta a caste nella quale una maggioranza di cittadini s’affanna, si vende per occupare piani terra o attici sociali secondo appartenenze a clan familiari, amicali, partitici, lobbies, tribù da circoli e dopolavoro. Viva l’Italia che tira avanti e dimentica le radici, ovvero le rammenta ma con ipocrisia fa finta che il suo marciume non esista e ci convive in Parlamento, nei residences e pure in condominio. Mentre il fumo degli omicidi o delle terre nel fuoco avvampano e si spengono. Avvampano e si spengono. Avvampano e … A discrezione.

(da agoravox.it )

(© 9Colonne - citare la fonte)
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