Il 21 giugno si terrà il secondo turno delle elezioni presidenziali colombiane che vedrà contrapposti Ivan Cepeda , candidato della sinistra sostenuto dall’attuale presidente Gustavo Petro ( ex guerrigliero) e l’imprenditore trumpiano Abelardo de La Esprella ( cittadinanza italiana dovuta al nonno paterno) al quale il presidente americano ha annunciato il suo “totale e completo sostegno”. Petro ha accusato gli Stati Uniti di alleanze con forze responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e di legami con i traffici di droga replicando, così, alle accuse avanzate un paio di mesi prima da Trump secondo cui il governo colombiano non faceva abbastanza per contrastare il narcotraffico. Un panorama politico sconfortante e reso ancor più cupo dalla grave situazione dell’ordine pubblico in un paese alle prese da anni con diversi gruppi criminali e della guerriglia ( circa 22mila unità secondo le valutazioni governative) che non hanno aderito al progetto della “Pace totale” firmato nel 2016 dalle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC). Dalle guerre di indipendenza nei primi anni dell’Ottocento ad oggi, in Colombia lo Stato non è mai riuscito ad affermare il monopolio della forza.
Particolarmente preoccupante continua ad essere il fatto che la Colombia produce i due terzi della cocaina mondiale, circa 3 mila tonnellate, con una produttività notevole delle coltivazioni dovuta alle piante più resistenti che garantiscono raccolti più abbondanti. Secondo l’ONU la produzione di cocaina negli ultimi anni è aumentata di venti volte rispetto al 1990 anche se i dati non sono del tutto confrontabili in quanto le tecniche di rilevazione degli anni Novanta erano meno precise e sono nettamente migliorate con le rilevazioni satellitari.
Il contrasto al narcotraffico è diventato anche più complicato dopo la scomparsa delle più poderose organizzazioni dei cartelli colombiani di un tempo, su tutti quello di Medellin con a capo Pablo Escobar (ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia nel dicembre 1993) e di Cali con i fratelli Orejuela ( arrestati grazie alle “taglie” messe dagli americani). Le piccole organizzazioni di narcos (“cartelitos” come li indicò il capo della polizia colombiana Gen. Rosso Serrano), si sono moltiplicate e diffuse, le alleanze negli affari sono aumentate, sono stati individuati altri canali di esportazione ( e mezzi, si pensi ai semisommergibili ), la distribuzione della cocaina è diventata sempre più capillare. I colombiani, da anni, sono entrati in affari con quasi tutto il pianeta, realizzando condizioni di monopolio in alcune aree geografiche, tra cui quella del mercato europeo, anche attraverso una presenza costante di “agenti” in loco per le attività di stoccaggio e di commercializzazione. E su quest’ultimo punto, in particolare, più di trent’anni fa (il 12 maggio 1992) il giudice Giovanni Falcone, pochi giorni prima di essere assassinato, nel convegno romano “Droga: il nuovo impero del male”, ricordava come i narcos colombiani si stessero insediando nelle aree europee strategicamente più importanti, ammonendo sui pericoli derivanti dai collegamenti tra questi e la mafia siciliana. Una realtà, oggi, resa ancora più impenetrabile dall’attivismo di altri gruppi criminali, aggregatisi nel tempo, come i russi, gli albanesi, i nigeriani.





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