di Paolo Pagliaro
C'era una volta "ecosistema", parola seria, quasi austera, nata in un trattato di ecologia per descrivere l'intreccio di organismi viventi e ambiente fisico in cui si scambiano energia e materia. Indicava foreste, barriere coralline, paludi: sistemi delicati, regolati da equilibri che un solo elemento fuori posto poteva far collassare. Aveva dignità scientifica e autorevolezza accademica. Poi qualcuno, in qualche ufficio marketing, l'ha trovata troppo bella per restare confinata ai biologi. E così le aziende tecnologiche hanno scoperto l'"ecosistema digitale", e già lì qualcosa scricchiolava. Ma era solo l'inizio di una lunga deriva. Sfogliando i quotidiani di oggi ho trovato che dichiarano di appartenere al medesimo ecosistema i produttori di vino e quelli di bottiglie, le fabbriche di droni e quelle di munizioni, i macellai e gli allevatori, il festival di Sanremo e le case discografiche, le reti telefoniche e TikTok, l’ediliza e gli imballaggi, insomma qualsiasi cosa possa essere messa in relazione con un’altra.
Ogni filiera commerciale minimamente articolata si traveste da rigoglioso sistema naturale. Il risultato è che la parola, usata per tutto, non significa più niente. Forse dovremmo lasciare che "ecosistema" torni a casa, tra le foreste pluviali, lontano dai banconi delle salumerie.





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