La terra ha tremato due volte, a distanza di pochi minuti, ma il boato che ha squarciato il silenzio del Venezuela centro-settentrionale continua a risuonare nei corridoi improvvisati degli ospedali da campo. A una settimana esatta dal doppio sisma di magnitudo 7.2 e 7.5 che ha devastato il Paese, i contorni della tragedia assumono contorni sempre più nitidi e spaventosi. I corrispondenti delle principali testate internazionali descrivono uno scenario apocalittico, dove l'odore di polvere e cemento si mescola alla disperazione di chi scava a mani nude.
IL BILANCIO DELLA TERRA CHE TREMA: 2.295 VITE SPEZZATE. Il conteggio ufficiale delle vittime è una cifra che si aggiorna con il ritmo macabro dei corpi estratti dalle macerie. Le autorità venezuelane hanno confermato che almeno 2.295 persone hanno perso la vita. Negli obitori di Caracas e Maracay si lavora a ciclo continuo sotto la luce spettrale dei generatori d'emergenza. Si parla di una media di quattrocento cadaveri che giungono ogni giorno alla morgue della città portuale di La Guaira, ormai ampiamente al collasso. Fuori dai cancelli, madri e padri stringono fotografie stropicciate, aspettando un cenno dai medici legali. I feriti hanno superato gli 11mila, saturando un sistema sanitario già fragile. Molti interventi chirurgici vengono eseguiti nei parcheggi delle cliniche, sotto tende da sole trasformate in sale operatorie d'urgenza, mentre i medici utilizzano le torce degli smartphone per illuminare le ferite.
L'INCUBO DEI 50.000 DISPERSI E IL DRAMMA DEI RIMPATRIATI. La cifra che più spaventa i soccorritori e che i network americani definiscono "senza precedenti" è quella dei dispersi: sono quasi 50.000 le persone che mancano all'appello. Nello Stato di Yaracuy, epicentro del sisma, interi villaggi collinari sono scivolati a valle a causa delle frane. Lungo la costa di La Guaira, i palazzi multipiano si sono accartocciati su se stessi come castelli di carte. Tra le storie che stanno sollevando un'ondata di commozione internazionale c'è quella riportata dagli inviati della CBS: il crollo totale del Hotel Terminal a La Guaira. All'interno della struttura alloggiavano poco più di cento cittadini venezuelani, appena rimpatriati dagli Stati Uniti con un volo di deportazione poche ore prima del sisma. Il loro ritorno a casa si è trasformato in una trappola di cemento; i loro nomi sono ora confusi in una lista di cinquantamila dispersi, mentre i parenti negli Stati Uniti tentano disperatamente di avere notizie attraverso linee telefoniche quasi completamente isolate.
UNA CORSA CONTRO IL TEMPO TRA LE MACERIE. Il tempo stringe e le speranze di trovare sopravvissuti si affievoliscono con il passare delle ore. Va detto che la mobilitazione internazionale è massiccia ma rallentata da enormi problemi logistici: le piste del principale aeroporto internazionale sono solcate da profonde crepe, costringendo i voli umanitari a deviazioni complesse. Nonostante ciò, squadre di specialisti statunitensi ed europei lavorano fianco a fianco con la Protezione Civile locale, guidati dai cani da ricerca e dai geofoni nel silenzio irreale che viene imposto sui cumuli di macerie per intercettare anche il più debole battito o lamento. Ieri sera, nel distretto di Chacao, un boato di gioia ha rotto il silenzio: i soccorritori hanno estratto viva una bambina di tre anni, protetta dal corpo della madre che le ha fatto da scudo. È un miracolo isolato in un oceano di distruzione. Mentre le repliche sismiche continuano a far tremare la terra e le mani dei soccorritori, il Venezuela si riscopre un Paese in ginocchio, con danni materiali già stimati in oltre sei miliardi di dollari e una ferita sociale che richiederà generazioni per rimarginarsi. (2 LUG – deg)
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