Fino al 28 febbraio 2027, Palazzo dei Musei di Reggio Emilia ospita il nuovo percorso espositivo ''Luigi Ghirri. A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori'', a cura di Ilaria Campioli e Andrea Tinterri, con la curatela musicale di Giulia Cavaliere. La mostra è stata pensata nell’ambito della XXI edizione del festival Fotografia Europea. Nel 2021, nell’ambito del riallestimento curato da Italo Rota, nel secondo piano di Palazzo dei Musei è stata inaugurata una nuova sezione fotografica concepita come uno spazio dinamico di ricerca, pensiero e valorizzazione delle immagini. La sezione dedica uno spazio permanente all’opera di Luigi Ghirri, figura centrale per la storia della fotografia e per l’identità culturale della città. Il progetto – promosso dal Comune di Reggio Emilia (Musei Civici e Fototeca della Biblioteca Panizzi) in collaborazione con la Fondazione Luigi Ghirri – vede ogni anno una nuova esposizione che racconta la complessità della produzione dell’artista attraverso prospettive critiche inedite e il coinvolgimento di autrici e autori contemporanei. Il riallestimento della sezione di fotografia di Palazzo dei Musei per il 2026–2027 esplora quella che Luigi Ghirri definiva la “strana e misteriosa parentela tra suono e immagine”. Grande appassionato di musica, Ghirri le attribuisce un ruolo fondamentale nella costruzione dello sguardo. La musica, al pari di pittura, filosofia, letteratura e cinema, contribuisce alla formazione di quella “immagine dell’esterno” su cui l’autore ha costantemente riflettuto, riconoscendole una forte capacità narrativa e la possibilità di generare autentici “squarci visionari”. Nella sua opera, Ghirri indaga uno spazio condiviso tra suono e immagine: una capacità comune di “incontrare e costruire uno sguardo”. Particolarmente significativa è la vicinanza al cantautorato italiano, alla scrittura di Bob Dylan e alla musica classica. La mostra intende affrontare i diversi livelli di contatto tra fotografia e musica articolandoli in un percorso in tre parti che alterna luoghi, incontri e riflessioni sull’ascolto e sullo sguardo. La mostra è accompagnata da una serie di audio originali a cura di Giulia Cavaliere: approfondimenti, dialoghi e interviste ad artisti come Angela Baraldi, Gianni Morandi e Luca Carboni. Le voci di artisti e musicisti restituiscono, in forma diretta, il dialogo tra suono e immagine che attraversa l’intero progetto. La sezione di mostra “Oltre quei monti il mare” è stata realizzata grazie al supporto di BDC – Bonanni Del Rio Catalog, realtà parmense attiva da anni nell’ambito dell’arte contemporanea, con una particolare attenzione tanto alla musica quanto alla fotografia. Nell’ambito del progetto, lo spazio culturale Colonne Ventotto di Parma ospiterà, a partire dal mese di giugno, una serie di incontri generati dalla mostra. Un contributo essenziale, per lo stesso spazio, è stato inoltre assicurato da RCF, azienda specializzata nella produzione di sistemi audio professionali. (gci)
MILANO, PALAZZO REALE RIPERCORRE L'ARTE DI MARIO RACITI
Una mostra a Palazzo Reale ripercorre l’intero itinerario artistico di Mario Raciti, celebrando il legame profondo tra l’artista e Milano, città in cui è nato e con cui ha intrecciato una relazione culturale e umana lunga oltre mezzo secolo. L’esposizione ''Mario Raciti. Opere 1952-2025'', promossa da Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale e Silvana Editoriale, è curata da Luca Pietro Nicoletti e sarà aperta al pubblico dal 1° luglio fino al 20 settembre con ingresso gratuito. Il progetto si inserisce nel ciclo che Palazzo Reale dedica ai “Maestri a Milano”, in continuità con le antologiche dedicate negli ultimi anni a Ruggero Savinio, Grazia Varisco e Valerio Adami. Con circa cento opere provenienti dalle collezioni del Museo del Novecento di Milano, dal Mart di Rovereto e da collezioni private, la mostra riavvolge idealmente il nastro della lunga avventura artistica di Mario Raciti, dai primi passi mossi negli anni Cinquanta fino alle produzioni più recenti, offrendo uno sguardo d’insieme sulla statura di uno dei protagonisti più sensibili della pittura italiana contemporanea. Nato a Milano nel 1934, Mario Raciti è considerato un maestro del post-informale. Il suo lavoro viene progressivamente accolto in importanti collezioni pubbliche e private: dalle raccolte di Intesa Sanpaolo, oggi conservate alle Gallerie d’Italia, al MART di Rovereto e allo CSAC di Parma, fino alle storiche collezioni Pallini e Jucker. Il percorso espositivo accompagna il pubblico attraverso le diverse stagioni della ricerca di Raciti: dalle figurazioni emblematiche degli anni Sessanta alle atmosfere sospese delle Presenze-assenze degli anni Settanta, dai cicli delle Mitologie degli anni Ottanta ai Misteri degli anni Novanta. Negli anni Duemila la pittura di Raciti approda a esiti sempre più complessi e drammatici, spingendo l’immagine verso la dissoluzione. Tra i cicli più recenti figurano le opere dedicate alla crocifissione e Why, parte de I fiori del Profondo, in cui il mito di Proserpina diventa metafora del bisogno umano di comunicazione. Nelle ultime serie, Una o due figure e Fonti, i fiori si trasformano in dardi e la pittura evoca l’impossibilità dell’incontro e la distanza tra gli esseri umani. La rassegna rappresenta una nuova importante tappa nel panorama dei progetti espositivi dedicati a Raciti, dopo le mostre di Palazzo Sarcinelli a Conegliano (1998), Palazzo Magnani a Reggio Emilia (2010) e MART di Rovereto (2016), e segue la pubblicazione del catalogo ragionato dell’opera pittorica dell’artista nel 2023. La mostra è realizzata con il contributo del main sponsor Gruppo Euromobil-Euromobil, Zalf, Desiree, del partner Studio Danovi Professionisti Associati nell’ambito del progetto ARTEinstudio e degli sponsor tecnici Colli&Vasconi e ARCH Insurance (EU). Il catalogo edito da Silvana Editoriale è realizzato con il contributo di OltreArte Galleria Contemporanea. (gci)
A PIETRASANTA (LU) L'ESPOSIZIONE CHE RACCONTA L'ARTE DELLA VERSILIA
Un itinerario alla scoperta dell'arte toscana: dal 2 luglio al 18 agosto la Galleria Susanna Orlando di Pietrasanta (LU) ospita ''ESSERE MARE, tra gli ossi di seppia'', a cura di Beatrice Audrito e Susanna Orlando. In occasione dei cinquant'anni di attività della galleria, la mostra si configura come una riflessione sulle radici profonde di uno sguardo curatoriale formatosi in Versilia. Più che raccontare un territorio, l'esposizione racconta come la luce del mare, gli orizzonti aperti, i colori, i profumi e la dimensione contemplativa di questo paesaggio abbiano influenzato nel tempo le scelte artistiche di Susanna Orlando, contribuendo a definire l'identità stessa della galleria. Il percorso espositivo riunisce opere di Alberto Savinio, Carlo Carrà, Ardengo Soffici, Massimo Campigli, Ottone Rosai, Mino Maccari, Arturo Dazzi, Renato Guttuso e Lorenzo Viani, poste in relazione con lavori di Ruggero Savinio, Carlo Mattioli, Aldo Mondino, Piero Gilardi, Giuseppe Biagi e Guido Borgianni. Attraverso dipinti, sculture, libri e tracce musicali, la mostra ricostruisce una geografia culturale e sentimentale che attraversa il Novecento e giunge fino alla contemporaneità. Cresciuta tra Forte dei Marmi e Pietrasanta, Susanna Orlando ha costruito nel corso di cinquant'anni un percorso coerente, orientato verso artisti capaci di tradurre il paesaggio in esperienza interiore e visione poetica. La mostra nasce così dal desiderio di rendere visibile quel filo sottile che lega un luogo, una sensibilità e una storia professionale, dimostrando come molte delle scelte espositive che hanno caratterizzato la galleria siano nate da una profonda consonanza con il contesto culturale, naturale ed emotivo della Versilia. Per decenni, tra il mare e le Alpi Apuane, pittori, scultori, poeti e scrittori hanno attraversato e abitato la Versilia non soltanto come luogo di villeggiatura, ma come spazio mentale, laboratorio di relazioni, riflessioni e immagini. ''ESSERE MARE, tra gli ossi di seppia'' nasce dal desiderio di rileggere il rapporto profondo tra questo territorio e quella sensibilità artistica e poetica che, nel corso del Novecento, ha trovato tra Forte dei Marmi, la costa e l'entroterra apuano un luogo privilegiato di contemplazione, riflessione e ricerca interiore. (gci)
FORTE DEI MARMI (LU) OSPITA LA PITTURA PARTENOPEA DEL SECOLO D'ORO
Per tutta l'estate, Forte dei Marmi (LU) ospita i maggiori esponenti della pittura partenopea del Secolo d'Oro, testimoni dell'eredità caravaggesca che trasformò l'arte dei Seicento. Visitabile fino al 27 settembre presso il Forte Pietro Leopoldo I (Piazza G. Garibaldi 9A), l'esposizione ''Pittura a Napoli dopo Caravaggio. Il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito'' è promossa dal Comune di Forte dei Marmi e dalla Fondazione Villa Bertelli, in collaborazione con la Fondazione Giuseppe e Margaret De Vito per la Storia dell'arte moderna a Napoli. La mostra è curata da Nadia Bastogi, storica dell'arte specializzata sulla pittura del Seicento e direttrice scientifica della Fondazione De Vito. Dopo il successo ottenuto nei musei francesi Magnin di Digione e Granet di Aix-en-Provence e nel Museo Diocesano di Napoli, un corpus significativo di dipinti della Fondazione De Vito viene presentato per la prima volta in Toscana. Solo un limitato nucleo di opere era stato, infatti, esposto nella mostra ''Dopo Caravaggio'' a Prato, che aveva chiuso anticipatamente per la pandemia. L'esposizione non intende offrire una panoramica esaustiva del Seicento partenopeo, ma ripercorrere l'evoluzione della pittura napoletana dopo la svolta determinata dalla presenza a Napoli di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio tra il 1606 e il 1607 e tra il 1609 e il 1610, attraverso le opere raccolte da Giuseppe de Vito, collezionista e studioso di questo periodo artistico. Con la presentazione di 39 dipinti esemplari dei maggiori protagonisti del "secolo d'oro", viene tracciata una sequenza cronologica che va dai primi interpreti del naturalismo caravaggesco, agli altri artisti che, successivamente, si mostrarono pronti a rielaborarne il linguaggio in forme più orientate verso il classicismo e il barocco. Un racconto del Seicento napoletano visto attraverso la lente del collezionista, la cui peculiare figura può essere approfondita dal visitatore, anche attraverso l'esposizione di documenti inediti e altri materiali. La collezione di Giuseppe De Vito (Portici 1924 - Firenze 2015) è oggi conservata nella villa di Olmo, presso Vaglia (Firenze), nella sede della Fondazione che porta il suo nome e quello della moglie Margaret, costituita nel 2011 per promuovere lo studio dell'arte moderna a Napoli. Sono presenti, fra le altre, opere di Battistello Caracciolo, iniziatore del naturalismo caravaggesco a Napoli, Jusepe de Ribera, Francesco Fracanzano, Paolo Finoglio, Giovanni Ricca e il Maestro degli Annunci ai pastori, sino a Massimo Stanzione, Aniello Falcone, Micco Spadaro, Bernardo Cavallino, Andrea Vaccaro, Antonio De Bellis, non trascurando i protagonisti della svolta di metà Seicento verso il Barocco, Mattia Preti e Luca Giordano, e i principali esponenti del genere della natura morta napoletana quali Luca Forte, Paolo Porpora, Giuseppe Recco, Giovanni Battista e Giuseppe Ruoppolo, che ne costituiscono un nucleo altamente rappresentativo. Il percorso della mostra, progettato dall'architetto Marco Francesconi, si sviluppa secondo uno svolgimento cronologico, che consente, tuttavia, di evidenziare anche l'indicazione di legami e corrispondenze tematiche, suggerendo relazioni fra artisti e opere, documentando l'affermarsi di generi diversi e portando l'attenzione su soggetti cari alla cultura e alla religiosità partenopee, al fine di consentire una narrazione più articolata della scena napoletana del Seicento e di evidenziare gli interessi del collezionista. Patrocinata dal Ministero della Cultura, dalla Regione Toscana e dalla Provincia di Lucca, con la collaborazione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Lucca e Massa Carrara, l'esposizione è realizzata con il sostegno di Mutua BVLG, Fondazione Banca del Monte di Lucca e Live Emotion Group srl. La mostra è accompagnata da un catalogo (Pacini Fazzi, 2026) a cura e con il contributo critico della storica dell'arte Nadia Bastogi, con i saluti istituzionali di Bruno Murzi, sindaco del Comune di Forte dei Marmi, Graziella Polacci, assessora alla Cultura del Comune di Forte dei Marmi, Ermindo Tucci, presidente della Fondazione Villa Bertelli, Giancarlo Lo Schiavo, presidente della Fondazione De Vito, e Angela Acordon, soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Lucca e Massa Carrara. (gci)
AL MIC FAENZA "NORDIC TABLE DESIGN"
La mostra ''Nordic Table Design. Una silenziosa rivoluzione femminile (1900–1970)'', curata da Fabia Masciello, racconta settant’anni di design nordico al femminile attraverso una selezione di oggetti per la tavola e approfondisce il ruolo che intellettuali, designer, artigiane, architette, artiste e imprenditrici, provenienti da Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia, hanno avuto nella trasformazione della società del XX secolo. Visitabile dallo scorso 20 giugno fino al 10 gennaio 2027, questa inedita storia del design, costruita attraverso molteplici voci, racconta il passaggio dalla tradizione alla modernità, dall'artigianato all'industria, da una società gerarchica a una più inclusiva. Un percorso che si intreccia con le battaglie delle donne per l'emancipazione e per la conquista della parità di genere. L’esposizione riunisce oltre duecento opere, tra pezzi storici provenienti da musei, archivi e collezioni private e oggetti tuttora in produzione concessi da aziende. I manufatti esposti testimoniano come il design della tavola abbia rappresentato molto più di una semplice ricerca estetica o funzionale: un autentico laboratorio di sperimentazione sociale, capace di ridefinire ruoli domestici, relazioni familiari e modelli culturali. Il design è spesso associato all’idea di lusso, prestigio e visibilità. La mostra sceglie invece di rivolgere lo sguardo altrove: verso un design discreto ma essenziale, capace di abitare la quotidianità e di trasformarla. Al centro vi sono le donne che, partendo dalla tavola – cuore della vita domestica e luogo simbolico di relazione, cura e condivisione – hanno contribuito a ripensare e ridefinire le forme del nostro vivere. In un mondo caratterizzato dalla velocità e dal consumo, la rivoluzione delle designer nordiche appare straordinariamente attuale: ci invita a riflettere sul significato del progettare oggi, riscoprendo un design fondato sull’empatia e sui bisogni reali delle persone, in cui la tavola può tornare a essere uno spazio cui esprimere valori, identità e forme di convivenza. L’esposizione vanta un legame speciale con la storia del MIC. Tra il 1964 e il 1974, il Premio Faenza – Concorso Internazionale della Ceramica d’Arte ospitò una sezione dedicata al disegno industriale. Moltissime manifatture nordiche guidate da donne vi presero parte stabilmente, ottenendo prestigiosi riconoscimenti. La mostra evidenzia inoltre il ruolo del MIC Faenza come luogo di incontro tra la tradizione ceramica italiana e il design internazionale, valorizzando il contributo delle protagoniste femminili del design nordico come figure centrali di una più ampia trasformazione culturale europea. Aino Aalto, Herta Bengtson, Estrid Ericson, Nora Gulbrandsen, Grethe Meyer, Ulla Procopè, Marianne Westman e molte altre protagoniste, guidano il visitatore in un percorso articolato in sette sezioni. La mostra è accompagnata da un catalogo bilingue (italiano/inglese) pubblicato da Silvana Editoriale, Milano. (gci)
NELLA FOTO. Luigi Ghirri, Ponza, 1986 ©Eredi Luigi Ghirri.
(© 9Colonne - citare la fonte)




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