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direttore Paolo Pagliaro

TORNIELLI: SCISMA GRAVE
MA PORTE SONO APERTE

TORNIELLI: SCISMA GRAVE <br> MA PORTE SONO APERTE

La Chiesa come una grande famiglia, unita da una comunione che trova nel Papa il suo punto di riferimento visibile. È questa l'immagine con cui Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede dal 2018, richiama il significato più profondo dell'unità ecclesiale. Una metafora semplice, capace di spiegare anche ai più giovani perché la comunione rappresenti un elemento essenziale e perché ogni gesto che la metta in discussione costituisca una ferita per l'intera comunità dei fedeli. In questa intervista esclusiva a 9 Colonne, Tornielli affronta il tema del nuovo scisma legato alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, ripercorrendo le tappe di una storia dolorosa segnata dalle ordinazioni episcopali avvenute l’altro ieri senza il mandato pontificio.

Sull'Osservatore Romano e su Vatican News lei ha riassunto le tappe di questa vicenda, caratterizzata da gravi strappi che hanno portato la Fraternità fondata dall'arcivescovo Lefebvre a separarsi dal Papa. Lo scisma di cui si torna a parlare in questi giorni è soprattutto un fenomeno mediatico?

“No, non è affatto un fenomeno mediatico. Lo scisma di cui si parla è un fenomeno reale che incide nella carne della vita della Chiesa. Quello di cui si parla in questi giorni è quanto accaduto nell'88 e ciò che si è ripetuto due giorni fa: il momento in cui si è deciso di procedere con l'ordinazione di nuovi vescovi senza il mandato del Papa, anzi, contro il suo esplicito divieto. Questa è una ferita gravissima inferta all'unità della Chiesa. Nella Chiesa c'è posto veramente per tutti: si può discutere di quasi tutto, si possono leggere i documenti in vari modi e a volte si può anche polemizzare; ma se un gruppo decide di creare una gerarchia parallela ordinando vescovi validamente perché purtroppo questi vescovi sono validi, nel senso che i consacranti avevano ricevuto la successione apostolica e lo fa separandosi dal Papa, compie un atto gravissimo. La mediaticità è sempre stata presente in tutta questa vicenda, ma non è certamente l'aspetto più importante”.

I tradizionalisti sostengono spesso che sia stata Roma ad alzare il muro, ad esempio con le restrizioni alla messa antica. C'è qualcosa che la Santa Sede, col senno di poi, avrebbe potuto fare diversamente in questi 38 anni?

“Chi sono io per esprimere un giudizio del genere? Ciò premesso, a me comunque sembra che la benevolenza da parte della Santa Sede sia stata grandissima. Ricordiamo delle tappe fondamentali che oggi la Fraternità volutamente misconosce. Nel 1988 c'era il Cardinale Ratzinger alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede; fu lui a condurre una trattativa personale, stretta e diretta con l'arcivescovo Lefebvre. Alla fine, arrivarono a una conclusione e firmarono insieme un accordo dottrinale. In quegli accordi si prevedeva sostanzialmente l'accettazione del punto numero 25 della Lumen Gentium sul magistero del Papa e dei vescovi, l'impegno a non produrre continuamente attacchi contro il Papa e l'accettazione della validità della messa secondo il rito scaturito dalla riforma post-conciliare. Questi punti dottrinali erano stati accettati. Roma si impegnava a concedere l'ordinazione di un nuovo vescovo perché Lefebvre era anziano (sarebbe morto tre anni dopo) garantendogli così una successione. Che cosa accadde? Dopo aver firmato, in seguito a una notte insonne passata ad Albano Laziale, il giorno dopo Lefebvre ‘buttò il tavolo all'aria’. Non perché volesse ritrattare i punti dottrinali che aveva già firmato, ma perché non si fidava del fatto che la Santa Sede gli avrebbe effettivamente dato un vescovo scelto dal clero della Fraternità. Ratzinger tentò di tutto. Papa Giovanni Paolo II mandò persino un'auto a prelevare Lefebvre ad Ecône il giorno prima delle ordinazioni del 1988, implorandolo di venire a Roma per ritornare sui suoi passi”.

Oggi però la frattura sembra essersi spostata su un piano ancora più radicale...

“Oggi la rottura è esplicitamente dottrinale, perché i lefebvriani attuali non accettano più ciò che Lefebvre all'epoca accettò. Va sottolineata questa profonda contraddizione interna alla Fraternità rispetto al pensiero del suo fondatore. Quell'accordo firmato da Lefebvre non è stato più possibile sottoscriverlo né alla fine del pontificato di Benedetto XVI, né all'inizio di quello di Papa Francesco, quando Monsignor Fellay (allora superiore della Fraternità) non firmò. Dal punto di vista giuridico, la Santa Sede è disponibilissima a concedere l'ordinazione di vescovi; il problema è che la Fraternità pretende di ordinarseli da sola e di dialogare con Roma partendo da questi termini: ‘Noi siamo l'unica vera tradizione. Roma, il Papa e tutti i vescovi del mondo che hanno approvato il Concilio Vaticano II si sono sbagliati’. Per loro il dialogo significa che la Chiesa deve tornare alla ‘tradizione’ come la intendono loro, altrimenti considerano Roma ‘modernista’ e portatrice di male. È un dialogo impossibile con queste premesse. È inaccettabile buttare a mare un Concilio e il magistero dei Papi post-conciliari. La Fraternità contesta encicliche come la Redemptor Hominis di Giovanni Paolo II sulla dignità dell'uomo, o il tema della libertà religiosa. Le restrizioni alla messa pre-conciliare sono solo uno ‘specchietto per le allodole’: non è questo il vero tema del contendere, perché oggi esistono gruppi tradizionalisti in piena comunione con Roma che celebrano unicamente secondo quel rito. Il punto vero è che ti arroghi il diritto di creare una tua gerarchia separata dal Papa: questa è una gerarchia scismatica”.

Questa seconda generazione dello scisma sembra essersi indurita rispetto ai fondatori, o sbaglio?

“Concordo pienamente. Il problema è che questa seconda generazione di giovani non ha mai conosciuto la comunione con Roma e non ne prova nostalgia. Lefebvre era stato un grande vescovo missionario in Africa, aveva impiantato gerarchie e ne conservano un grande ricordo in Senegal; lui e l'abate Schmidberger avevano vissuto il travaglio del dialogo con Paolo VI e i successori. Questi giovani invece si sono formati con una mentalità totalmente separata. Don Pagliarani ha chiesto di incontrare il Papa, ma era già deciso da febbraio che avrebbero proceduto con le ordinazioni, nonostante gli appelli accorati. Sono stati ricevuti al Sant'Uffizio discutendo amabilmente con il Cardinale Victor Manuel Fernández, ma era già tutto pronto. Mi ha impressionato vedere sul loro sito il countdown per le ordinazioni e persino il "gadget" delle bottiglie di vino per festeggiare. Dimostra che era tutto già deciso e che questa generazione ha scelto una strada che non è più quella della Chiesa Cattolica”.

Papa Francesco terrà ancora aperta la porta o siamo davanti a un punto di non ritorno?

“In questo campo i punti di non ritorno non esistono. Due dei quattro vescovi scomunicati nell'88 erano stati riammessi (anche se poi nuovamente scomunicati). Nella Chiesa la porta per il ritorno non si chiude mai, grazie a Dio. Proprio ieri il Dicastero per la Dottrina della Fede ha reso nota una prassi per i preti, i religiosi e i laici che vogliono tornare in comunione abbandonando la Fraternità. La novità è che non si è creata una commissione speciale come fu la Ecclesia Dei, ma viene data la facoltà a ogni vescovo ordinario e ai responsabili delle fraternità in comunione di riammettere chi lo desidera, seguendo una procedura (una professione di fede e un anno di valutazione). La porta è apertissima”.

C'è chi dà a questa vicenda una lettura prettamente politica, parlando di componenti sovraniste e identitarie. È un'analisi corretta?

Credo che queste componenti ci siano, ma non solo lì. In quella parte ecclesiale c'è certamente una sintonia con certe idee, come dimostrano le personalità politiche presenti, ma non ridurrei tutto a una lettura politica. La Fraternità San Pio X è sempre stata molto attenta a parlare pubblicamente solo di temi di fede e pastorale. Certamente tra i fedeli certe idee sono diffuse, poiché c'è un ritorno al pre-Concilio anche su temi come lo ‘Stato cattolico’ e la religione di Stato, idee vicine all'Action Française di Maurras che fanno parte del DNA dei lefebvriani. Tuttavia, non sarebbe giusto ‘buttarla in politica’”.

Tutto si gioca, insomma, sul crinale tra le certezze del passato e le sfide del futuro. In una parola sulla tradizione.

“Sì, se intendiamo la tradizione nel senso corretto. La tradizione non è una ‘fotografia sclerotizzata’ o ideologica che ferma il mondo al 1958 o al 1962. La tradizione nella Chiesa è viva; essendo una fede che si vive nella storia, fa i conti con le sfide del mondo e viene costantemente approfondita per essere fedeli al Vangelo. Faccio un esempio: la Bibbia dice ‘non uccidere’, eppure per secoli gli Stati e la Chiesa hanno approvato la pena di morte. Con la riflessione e la fedeltà al mandato evangelico, da Giovanni Paolo II a Papa Francesco, si è giunti a una modifica del Catechismo: oggi non si può essere cattolici e a favor della pena di morte. Non è che all'epoca avessero ‘sbagliato’, ma ogni tempo approfondisce il significato della tradizione. Questo è ciò che i lefebvriani non accettano: non accettano che il Concilio abbia riflettuto sulla libertà religiosa come un bene legato alla dignità umana. La vera tradizione riconosce questi sviluppi. E soprattutto, chi ha il compito ultimo di giudicare e fare magistero? Non può essere un gruppo di fedeli o preti. Nella Chiesa vale il principio: ‘Roma locuta, causa finita’. Il Papa ha la speciale assistenza dello Spirito Santo. Loro a parole lo dicono, ma nei fatti hanno creato una gerarchia parallela contro la volontà del successore di Pietro”.

Torniamo alla metafora iniziale: come spiegherebbe questo fatto di cronaca a un ragazzino di 12 anni che conosce solo la realtà dell'oratorio?

“Gli direi che la Chiesa Cattolica è una grande famiglia che vive nella comunione. C'è una persona che garantisce questa comunione e ci riunisce tutti: il Papa. Insieme a lui ci sono i vescovi, e poi i nostri parroci. Non si può rompere questa comunione creando dei vescovi ‘fai da te’ che non sono in sintonia con il Papa, perché così si esce dalla famiglia e dall'unità con il suo capo visibile, al quale Gesù ha detto: ‘Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa’”.

La Chiesa rischia di rimanere eccessivamente ferita da tutto questo?

È una ferita grande e grave, sì. Ma nella storia della fede queste cose sono accadute. Non si poteva fare diversamente perché il decreto di ieri non fa che sancire un fatto già avvenuto: nel momento in cui un vescovo ordina un altro vescovo senza mandato pontificio, scatta automaticamente la scomunica latae sententiae. È una regola tecnica, non un arbitrio: è il modo con cui la Chiesa preserva la sua unità”. (3 LUG / isabella liberatori)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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