“Credo che ci stiamo avvicinando molto più di quanto la gente si renda conto. E il presidente Putin vuole che finisca, ve lo posso assicurare con assoluta certezza”. Con queste parole, pronunciate ieri parlando con i giornalisti alla Casa Bianca, il presidente americano Donald Trump ha provato a imprimere per l’ennesima volta una svolta narrativa (per la verità abbastanza improbabile) alla crisi ucraina proprio alla vigilia del vertice NATO che si apre oggi ad Ankara. Le affermazioni del leader statunitense si scontrano tuttavia con una realtà sul campo che resta drammatica e contraddittoria. Le autorità ucraine riferiscono ora di almeno 29 morti a seguito dei devastanti raid aerei russi avvenuti nella notte tra domenica e ieri. Il bilancio più pesante si registra a Kiev con 19 vittime, a cui si aggiungono otto morti a Vyshneve, nelle immediate vicinanze della capitale, e altre due persone che hanno perso la vita a causa di attacchi di droni a Sumy, nel nord-est del Paese, secondo quanto confermato dall'amministrazione militare regionale.
La risposta di Kiev non si è fatta attendere ed è giunta con un'intensità massima nelle prime ore della giornata. In un nuovo rapporto pubblicato questa mattina, il sindaco della capitale russa, Sergei Sobyanin, ha annunciato che l'Ucraina ha lanciato più di 430 droni verso Mosca durante la notte. Le dichiarazioni del primo cittadino descrivono una pressione aerea costante: “Dalla sera fino alle 6 del mattino, più di 430 droni hanno sorvolato la regione di Mosca. La maggior parte è stata neutralizzata dalle forze di difesa aerea a lunga distanza. Trentasei droni nemici sono stati distrutti durante l'avvicinamento a Mosca”. Questa massiccia controffensiva nei cieli russi si inserisce in un quadro di ostilità diffuse che ha toccato anche le zone di confine; nella notte appena trascorsa, il governatore regionale ad interim Alexander Shuvaev ha riferito che le forze armate ucraine hanno effettuato ripetuti attacchi missilistici contro Belgorod, provocando un incendio in un'infrastruttura e la morte di un civile nel villaggio di Belovskoe.
I COLLOQUI RISERVATI E L'OTTIMISMO STRATEGICO DELLA CASA BIANCA. Il dibattito politico si concentra inevitabilmente sulla tenuta delle trattative diplomatiche a distanza. A Trump è stato esplicitamente chiesto perché il presidente russo Vladimir Putin non sentisse “alcuna pressione” dopo la telefonata intercorsa tra i due leader il 4 luglio, alla luce del fatto che il massiccio attacco su Kiev è avvenuto appena due giorni dopo quel colloquio. “Beh, credo che senta la pressione. Vuole farla finita”, ha replicato l’inquilino della Casa Bianca, aggiungendo che “siamo in trattative e vedremo se riusciamo a porvi fine”. Secondo la ricostruzione offerta dal capo di Stato americano, sia Mosca sia Kiev starebbero mostrando una reale volontà di interrompere le ostilità in tempi brevi.
Il tycoon ha esteso la sua valutazione anche alla leadership ucraina, sostenendo che “il presidente Zelensky in realtà vuole che finisca subito”. Questa lettura ottimistica, come detto, contrasta però con la durezza degli scontri militari sul terreno, sollevando interrogativi tra gli osservatori internazionali circa le reali concessioni che le parti sarebbero disposte ad accettare. La discrepanza tra le rassicurazioni verbali di Washington e la persistenza dei bombardamenti russi sui centri urbani ucraini suggerisce piuttosto la presenza di una complessa partita di logoramento in cui i canali diplomatici rimangono aperti, ma i cui esiti effettivi sono ancora tutti da verificare.
IL VERTICE DI ANKARA COME SNODO PER IL FUTURO DEL CONFLITTO. La coincidenza temporale tra la fiammata militare delle ultime ore e l'inizio del vertice NATO in Turchia sposta inevitabilmente il baricentro delle decisioni ad Ankara. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky partecipa all'evento in veste di ospite d'onore, portando al tavolo dei partner atlantici il peso delle ultime vittime civili e la necessità di garantire coperture aeree più stringenti. La guerra e gli sforzi politici per porvi fine saranno al centro delle sessioni di lavoro previste per oggi e domani.
Proprio a margine del summit potrebbe svolgersi un confronto, più o meno approfondito a seconda degli umori sempre più variabili di The Donald, tra questi e Zelensky. Va da sé che tale confronto si preannuncerebbe complesso: se da un lato la presidenza americana spinge per una rapida risoluzione diplomatica basata sui recenti contatti telefonici con il Cremlino, dall'altro la leadership ucraina chiede garanzie di sicurezza strutturali per evitare che una tregua si traduca in un semplice congelamento del conflitto a vantaggio di Mosca. Si tratta, di fatto, della stessa situazione divergente tra Usa e Ucraina che si registrava già all’inizio del secondo mandato trumpiano. In ogni caso, proprio l'esito di questi colloqui (di cui non c’è però ancora conferma ufficiale) ad Ankara potrebbero determinare se le dichiarazioni di certezza espresse dal capo della Casa Bianca si trasformeranno in una reale road map per la pace o se rimarranno un'opzione isolata in un contesto di prolungata e sanguinosa guerra d'attrito. (7 LUG – deg)
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