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direttore Paolo Pagliaro

IRAN, TRUMP LANCIA
UN’ONDATA DI RAID

IRAN, TRUMP LANCIA <BR> UN’ONDATA DI RAID

Oltre ottanta obiettivi colpiti con missili guidati nello Stretto di Hormuz e nelle sue immediate vicinanze. È questo il bilancio provvisorio della massiccia ondata di raid offensivi completata nella serata di ieri dalle forze armate degli Stati Uniti contro le postazioni militari dell'Iran. Il Comando Centrale americano ha confermato l'operazione spiegando che l'attacco rappresenta una risposta immediata e inevitabile ai tre distinti assalti condotti da Teheran tra l'altro ieri e ieri contro le navi mercantili in transito nella regione, che avevano interrotto una breve tregua diplomatica. Lo scambio di fuoco rischia ora di far precipitare i due Paesi in un nuovo e incontrollabile ciclo di ritorsioni, minacciando il fragile memorandum d'intesa firmato dal presidente statunitense Donald Trump meno di tre settimane fa.

L'escalation militare ha subito innescato la reazione dei vertici della Repubblica Islamica. Il principale negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha duramente accusato la Casa Bianca di aver violato gli accordi, affidando ai canali social un messaggio di aperta sfida: “L'era delle prepotenze e delle estorsioni è finita. Non porta da nessuna parte. Noi non ci arrendiamo”. Con queste parole, la dirigenza di Teheran ha chiarito che non intende arretrare, posizionando l'intera regione del Golfo Persico sul ciglio di un conflitto aperto dalle conseguenze imprevedibili per la sicurezza globale e per i mercati energetici.

LA NOTTE DEI RAID E LA DISTRUZIONE DELLE DIFESE IRANIANE. I dettagli forniti dal Pentagono sull'operazione descrivono un intervento di proporzioni vaste, pianificato per infliggere un danno strutturale significativo alle capacità offensive di Teheran. Poco prima delle 21 (ora della costa orientale degli Stati Uniti), le forze aeree e navali americane hanno aggredito simultaneamente una fitta rete di infrastrutture logistiche e difensive dislocate lungo le coste iraniane e nelle acque dello stretto. Secondo quanto riferito da un funzionario statunitense, i bombardamenti di ieri sono stati da quattro a cinque volte più estesi e potenti rispetto a quelli effettuati nella stessa area dieci giorni fa.

Nel mirino dei caccia statunitensi sono finiti i sistemi di difesa aerea iraniani, i centri di comando e controllo, le postazioni radar costiere, i siti di lancio di droni, i missili terra-aria e le rampe di lancio dei missili da crociera antinave. Un colpo durissimo è stato inferto anche alla flotta d'attacco asimmetrico del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche: i raid americani hanno infatti distrutto oltre sessanta piccole imbarcazioni veloci utilizzate dai Pasdaran per i blitz e il “pattugliamento ostile” nello stretto. I media statali della Repubblica Islamica hanno confermato l'intensità dell'azione ravvicinata, riferendo di forti esplosioni avvertite dalla popolazione nelle città portuali di Bandar Abbas e Sirik, oltre che sulla strategica isola di Qeshm.

LA PROMESSA DI RITORSIONE E IL FRONTE DEL BAHREIN. Nonostante le pesanti perdite materiali sofferte nelle ultime ore, l'esercito iraniano ha risposto ai bombardamenti rivendicando la legittimità delle proprie mosse e preannunciando una “risposta schiacciante” contro i contingenti americani dislocati nella regione. In una nota ufficiale emessa dal comando militare di Teheran si afferma perentoriamente che l'Iran “non permetterà interferenze statunitensi” nella gestione e nella sorveglianza dello Stretto di Hormuz, aggiungendo che “l'unica rotta sicura” per il transito delle navi commerciali e delle grandi petroliere “è quella stabilita dall'Iran”. Si tratta di una sfida diretta al principio internazionale della libera navigazione difeso da Washington e dai suoi alleati.

La tensione, tuttavia, non è rimasta confinata alle coste iraniane. Un funzionario governativo statunitense ha rivelato che, quasi in contemporanea con i raid americani, l'esercito iraniano ha effettuato il lancio di diversi droni d'attacco diretti verso il Bahrein. La scelta dell'obiettivo ha un profondo significato strategico e politico: l'isola del Golfo ospita infatti il quartier generale della Quinta Flotta degli Stati Uniti ed è uno dei fulcri della presenza militare di Washington nell'area. Questo attacco parallelo dimostra come Teheran possieda la capacità e la volontà di allargare il raggio delle ostilità, minacciando le infrastrutture dei Paesi arabi che collaborano con l'amministrazione americana.

IL COLLASSO DEL MEMORANDUM E LE SANZIONI SUL PETROLIO. Le radici di questa improvvisa esplosione di violenza risiedono nel fallimento politico delle intese faticosamente raggiunte il mese scorso. Il memorandum d'intesa siglato dall'inquilino della Casa Bianca sembrava aver garantito un temporaneo allentamento delle sanzioni in cambio del ripristino del passaggio sicuro nel corridoio marittimo e dell'avvio di nuovi colloqui sul programma nucleare. Quell'equilibrio formale è saltato definitivamente quando l'Iran ha sferrato tre attacchi contro il naviglio commerciale, spingendo la presidenza americana a reagire immediatamente non solo sul terreno militare, ma anche su quello economico.

Poco prima che i caccia americani si alzassero in volo per colpire gli ottanta obiettivi, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha infatti annunciato la revoca totale delle deroghe alle sanzioni che avevano permesso a Teheran di tornare a vendere greggio sui mercati internazionali. La decisione ha colpito al cuore le finanze dello Stato teocratico, scatenando l'immediata reazione del Ministero degli Esteri iraniano. I diplomatici di Teheran hanno condannato formalmente il provvedimento finanziario, sostenendo in una nota ufficiale che sono stati gli Stati Uniti a violare deliberatamente e per primi i termini dell'accordo politico, legittimando così la successiva reazione delle forze navali iraniane.

IL VERTICE DI ANKARA E L'ORDINE FIRMATO DALL'AIR FORCE ONE. I retroscena sulla gestione della crisi svelano la complessa macchina decisionale attivata dal vertice della presidenza americana. Un funzionario statunitense ha riferito ad Axios che l'ordine di attacco contro le postazioni dei Pasdaran è stato esaminato e approvato da Trump mentre si trovava in Turchia per i lavori del vertice della NATO. L’inquilino della Casa Bianca non ha agito da solo, ma ha convocato d'urgenza una riunione straordinaria ad Ankara per valutare i rischi politici e militari dell'operazione.

Al tavolo presidenziale, allestito per l'occasione, si sono seduti i membri chiave del gabinetto di governo che viaggiavano a bordo dell'Air Force One: il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, il Segretario di Stato Marco Rubio e il Segretario al Tesoro Scott Bessent. All'incontro hanno preso parte anche il Capo di Stato Maggiore congiunto, il Generale Dan Caine, e altri alti funzionari militari già presenti sul posto per le sessioni dell'Alleanza Atlantica. “Questa risposta è la diretta conseguenza degli atti di terrorismo internazionale perpetrati dall'Iran contro navi innocenti in transito nello Stretto di Hormuz. Gli iraniani conoscono le conseguenze delle loro azioni sconsiderate, eppure hanno scelto di perpetrare questi attacchi”, ha spiegato il funzionario governativo per chiarire la fermezza della linea adottata ad Ankara.

I MONITI DEL CENTCOM E LA STRATEGIA DELLA FORZA. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha affidato a due note consecutive la spiegazione della propria strategia di lungo periodo nella regione, delineando i confini della deterrenza americana. Nel primo comunicato ufficiale, i vertici militari del CENTCOM hanno chiarito che i “potenti attacchi” miravano specificamente a imporre “pesanti costi per aver preso di mira e attaccato navi mercantili con equipaggi composti da civili innocenti in una via navigabile internazionale”. Il comando ha poi definito le manovre navali iraniane dei giorni scorsi come “ingiustificate, pericolose e una chiara violazione del cessate il fuoco”.

In una seconda dichiarazione, focalizzata sulla riduzione dei rischi futuri, il comando ha precisato che i raid della notte scorsa sono stati concepiti espressamente “per indebolire la capacità dell'Iran di continuare ad attaccare il commercio internazionale che transita attraverso il corridoio commerciale internazionale”. Il testo si chiude con un avvertimento esplicito rivolto ai vertici di Teheran: “Le forze del CENTCOM restano pronte e schierate per ritenere l'Iran responsabile qualora l'accordo non venga rispettato o non venga onorato”. Le parole utilizzate indicano che Washington considera l'opzione militare tuttora aperta se i pattugliatori iraniani non cesseranno le ostilità nello stretto.

LE PROSSIME TAPPE E LA MISSIONE SPECIALE IN ISRAELE. Gli sviluppi politici delle prossime ore si preannunciano rapidi e cruciali per comprendere se vi sia ancora margine per una ricomposizione diplomatica o se la regione si stia avviando verso un'escalation più ampia. Un funzionario statunitense ha confermato che il capo del Pentagono, Pete Hegseth, lascerà oggi la Turchia per trasferirsi immediatamente in Israele. La missione rappresenta il suo primo viaggio ufficiale nello Stato ebraico da quando ha assunto la carica di Segretario alla Difesa dell'amministrazione Trump.

A Gerusalemme, Hegseth ha in programma un colloquio bilaterale con il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Al centro dell'incontro ci sarà l'analisi accurata dei danni subiti dall'Iran dopo i raid di ieri sera, il coordinamento delle mosse difensive nello scacchiere mediorientale e la condivisione dei contenuti dei colloqui privati che il tycoon ha avuto ad Ankara con il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. L'asse tra Washington e il governo israeliano si stringe nuovamente nel tentativo di anticipare le contromosse di Teheran e di blindare le rotte commerciali marittime del Golfo. (8 LUG – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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