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Sabino Cassese e l’Alleanza per la Costituzione

Sabino Cassese e l’Alleanza per la Costituzione

di Oronzo Mazzotta

Evidentemente il libro di Antonio Polito (“La Costituzione non è di sinistra”), deve aver fatto breccia nel cuore di Sabino Cassese. La tesi di Polito, che abbiamo riassunto e commentato su queste colonne, è che la sinistra non ha il diritto di intestarsi la Costituzione quasi che le appartenesse per volontà divina. Nello stesso ordine di idee Sabino Cassese – dapprima in un’intervista a Repubblica e successivamente in un editoriale sul Corriere della sera – si pronuncia criticamente sull’idea di alcune forze di sinistra di costituire un’”Alleanza per la Costituzione” e dare questo nome alla coalizione progressista. Anche a me non piace molto il nome per ragioni estetico-politiche: il lemma “alleanza” mi suscita ricordi non piacevoli, ma per Cassese valgono altre considerazioni. In particolare vale l’idea (scontata) che la Costituzione è di tutti gli italiani, cosicché non costituirebbe un’eresia che l’attuale inquilina di Palazzo Chigi traslocasse al Palazzo del Quirinale, avendone tutti i requisiti formali previsti dalle disposizioni costituzionali.
Trascuro quest’ultimo rilievo che sa di ovvio, posto che il tema – ma Cassese lo sa bene – non è di requisiti giuridico-formali, ma, all’evidenza, di presupposti politici, legati ad un’appartenenza mai pienamente e chiaramente rinnegata dall’interessata. E su questo mi basta rinviare, per più che condivisibili approfondimenti, alla replica di Corrado Augias su la Repubblica del 7 luglio (anche sul punto delle citazioni lacunose e discutibili del pensiero di Piero Calamandrei).

Personalmente però qui mi fermo, per svolgere qualche breve riflessione su un’altra parte dell’editoriale nella quale Cassese imputa alla sinistra di governo di non essersi preoccupata “di dare attuazione piena a molte promesse della Costituzione che risultano ancora inattuate” e fra queste richiama “la parità di genere, il dovere di lavorare per il progresso materiale o spirituale della società … l’ordinamento interno dei sindacati su base democratica”.

Ciò detto, il minimo che si può dire rispetto a questo atteggiamento è che sia davvero ingeneroso.

Nei quasi ottant’anni passati dall’entrata in vigore della Carta molto è stato realizzato dalla sinistra sul piano della protezione dei diritti dei lavoratori, in attuazione dei principi fondamentali. Basti pensare – per tacere d’altro – anche solo al filone garantista che si afferma nel periodo a cavallo degli anni Sessanta e Settanta e che può annoverare per cominciare la legge n. 604 del 1966 che, a cento anni dal codice civile del 1865, sancisce per la prima volta il superamento del principio di libertà di licenziamento (ribadito nel codice civile del 1942), statuendo che per licenziare occorre una giustificazione sostanziale.

Successivamente sarà ancora un governo di centro-sinistra (ministro del lavoro era il socialista Giacomo Brodolini e capo di gabinetto del Ministero un certo Gino Giugni, che diverrà a sua volta ministro negli anni a venire) che varerà lo statuto dei diritti lavoratori (l. 20 maggio 1970, n. 300), vero epicentro del sistema di garanzie; una disciplina che voleva rendere per l’appunto effettivi, nei luoghi di lavoro, i diritti sanciti in astratto nella carta costituzionale (libertà e dignità dei lavoratori). Sarà retorica l’affermazione per cui, in tal modo, la Costituzione ha varcato i «cancelli della fabbrica» (come aveva preconizzato Di Vittorio nei primi anni cinquanta), ma è ciononostante dotata di una intrinseca ed indiscutibile veridicità.

Così come è stata ancora la sinistra a varare la legge sul processo del lavoro, che svecchiava lo stantio processo civile bolso e formalista, per consentire ai lavoratori un accesso più rapido alla giustizia, un processo nel quale il tempo non corresse ai danni della parte economicamente più debole, posto che il valore dei crediti di lavoro liquidati doveva essere attualizzato al momento della decisione, includendo il maggior danno da svalutazione monetaria. E si potrebbe continuare con l’amplissima pagina della legislazione antidiscriminatoria e di promozione delle pari opportunità per le lavoratrici, insieme al rafforzamento della protezione per il loro ruolo di madri e via elencando.

Certo resta tuttora inattuata la seconda parte dell’art. 39, che avrebbe garantito alla contrattazione collettiva l’estensione, come si usa dire, erga omnes, cioè nei confronti di tutti gli appartenenti ad una stessa categoria produttiva. Ma le ragioni di tale inattuazione sono assai più complesse e non possono essere di certo imputate ai governi di centro-sinistra, radicandosi piuttosto sulla difficoltà dei rapporti fra sindacati e fra questi ultimi e le controparti datoriali.

Senza dire che a complicare le cose è intervenuta la globalizzazione, che ha brutalmente sostituito il modello solidaristico, su cui si basa la Carta, con quello individualistico del mercato e della concorrenza e la preminenza del mercato ha espropriato Stato ed individui dell’orizzonte di un tempo proteso verso il futuro. Di qui la necessità di nuovi aggiustamenti in un orizzonte che, dato il quadro complessivo di riferimento, non può che essere sperimentale.

Il che conferma che, lungi dal distribuire patenti di fedeltà, la responsabilità dello studioso sta nel continuare a riflettere e suggerire alle forze politiche nuovi congegni attuativi, per star dietro all’opera mai integralmente compiuta di attuazione dei principi costituzionali.

 

 

L’autore è professore emerito di Diritto del Lavoro dell’Università di Pisa

(© 9Colonne - citare la fonte)
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