Detto, fatto. Il presidente americano Donald Trump ha dato seguito alle minacce annunciate ieri al termine del summit della NATO ad Ankara ordinando una nuova serie di raid sull’Iran. Secondo fonti vicine all’inquilino della Casa Bianca, la decisione del tycoon di lanciare ulteriori attacchi sarebbe stata dettata dalla sua rabbia per la mancata apertura dello Stretto di Hormuz e per gli attacchi iraniani alle navi che transitavano in quel punto strategico per il trasporto del petrolio, avvenuti mentre lui stesso partecipava al vertice dell’Alleanza in Turchia. L'escalation militare tra Washington e Teheran ha così confermato la sua brusca e violenta accelerazione con la seconda ondata di incursioni aeree contro obiettivi della Repubblica islamica in 24 ore, trasformando il braccio di ferro diplomatico in un confronto balistico aperto che sta già cominciando ad incendiare l'intera regione del Medio Oriente.
Il Comando Centrale statunitense (CENTCOM) ha formalizzato la natura dell'operazione, spiegando che l'azione militare coordinata è stata decretata direttamente dal comandante in capo per mettere in sicurezza le rotte commerciali marittime globali. Dal punto di vista strategico, l'intervento della Casa Bianca punta a recidere i gangli logistici e difensivi che permettono alle forze della Repubblica Islamica di esercitare una pressione costante e asfissiante sul corridoio di Hormuz. La mobilitazione delle forze aeree e navali americane si è tradotta in un massiccio bombardamento che ha preso di mira la fascia costiera dell'Iran e alcune infrastrutture interne. L’attacco ha avito una durata di diverse ore ed ha riguardato una mappa dei bersagli estremamente vasta e accurata. Le ripercussioni sul terreno sono state immediate, con forti detonazioni avvertite in numerosi centri urbani e installazioni strategiche del Paese.
GLI OBIETTIVI DEL CENTCOM E LA MAPPA DEI RAID STATUNITENSI. Le forze armate americane hanno dichiarato di aver completato con successo attacchi mirati contro oltre 90 obiettivi militari iraniani dislocati prevalentemente lungo le province costiere meridionali. La pianificazione del Pentagono si è concentrata in modo sistematico sulla distruzione di apparati radar, batterie di difesa aerea, centri di comando per la sorveglianza marittima, rampe di lancio per missili e droni, infrastrutture logistiche e assetti navali appartenenti alle forze regolari e asimmetriche di Teheran. Le esplosioni hanno scosso importanti città portuali e nodi nevralgici come Bandar Abbas, Bushehr, Chabahar, Konarak, Iranshahr, Sirik e Jask, estendendosi anche a posizioni insulari d'importanza fondamentale come l'isola di Abu Musa e l'isola di Qeshm. I resoconti provenienti dalle aree colpite evidenziano danni significativi alle strutture civili e militari. A Iranshahr i media statali hanno confermato il danneggiamento di una struttura aeroportuale, all'interno della quale ha perso la vita almeno un vigile del fuoco e diverse altre persone sono rimaste ferite.
Nella città di Chabahar l'incursione ha devastato due moli, un deposito logistico e la torre di controllo per il traffico marittimo, mentre i frammenti delle esplosioni hanno investito le vicinanze dell'ospedale Imam Ali. La periferia urbana ha inoltre subito un esteso blackout causato dalla distruzione di molteplici linee elettriche ad alta tensione. Nella porzione orientale del Paese, precisamente nella località di Aqqala, è stato preso di mira e gravemente danneggiato il ponte ferroviario di Aq Tekeh Khan. Un filmato circolato sui canali di informazione iraniani e sottoposto a geolocalizzazione ha confermato il crollo parziale della struttura. Le autorità statunitensi, interpellate sulla legittimità di tale obiettivo interno situato a nord-est della capitale, hanno preferito non commentare nello specifico il raid sul ponte, limitandosi a ribadire la contabilità dei novanta obiettivi costieri colpiti. Sul fronte della sicurezza nucleare, i funzionari della città di Bushehr hanno voluto rassicurare l'opinione pubblica internazionale precisando che i bombardamenti diretti contro l'area urbana non hanno compromesso né arrecato danni alla vicina centrale nucleare locale.
LA RAPPRESAGLIA DI TEHERAN NEL GOLFO. La reazione militare della Repubblica Islamica non si è fatta attendere e ha assunto la forma di una risposta simmetrica volta a dimostrare la capacità di colpire i dispositivi d'arma statunitensi dislocati nei Paesi arabi alleati di Washington. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha annunciato oggi, attraverso un comunicato ufficiale diffuso dall'emittente radiotelevisiva di Stato IRIB, l'avvio di un'operazione congiunta condotta dalle proprie divisioni aeree e navali. I militari di Teheran hanno lanciato un'ondata combinata di missili balistici e droni d'attacco diretti contro le principali installazioni logistiche e operative degli Stati Uniti in Kuwait e in Bahrein. Nello specifico, i vettori iraniani hanno preso di mira Camp Arifjan e la base aerea di Ali Al Salem in territorio kuwaitiano. Contemporaneamente, sul suolo del Bahrein, l'azione si è concentrata contro la base aerea di Shaikh Isa e il comprensorio militare di Juffair. Quest'ultimo sito riveste un'importanza fondamentale negli equilibri geopolitici globali, poiché ospita la Naval Support Activity, ovvero il quartier generale della Quinta Flotta degli Stati Uniti d'America, l'unità che presidia le acque del Golfo Persico, del Mar Rosso e dell'Oceano Indiano occidentale.
Questa mattina le sirene d'allarme per un attacco missilistico imminente hanno risuonato nelle basi e nelle località abitate del Bahrein e del Kuwait, costringendo il personale militare e i residenti a trovare un riparo sicuro nei bunker. I comandi delle forze armate del Kuwait hanno confermato l'attivazione dei propri sistemi di difesa aerea integrata, dichiarando che le batterie missilistiche hanno ingaggiato e tentato di neutralizzare le minacce ostili rappresentate dai droni e dai vettori d'attacco provenienti dalle coste iraniane. I vertici delle Guardie Rivoluzionarie hanno contestualmente diffuso un severo monito ai Paesi della regione, sottolineando che l'azione odierna costituisce solo una prima risposta e che l'Iran estenderà immediatamente il raggio dei propri attacchi ad altre basi americane qualora Washington decidesse di replicare militarmente.
LO SCONTRO POLITICO E LA GESTIONE DELLO STRETTO. Sul piano diplomatico e della comunicazione politica, la tensione verbale riflette l'inconciliabilità delle posizioni. Il capo negoziatore iraniano nei colloqui indiretti con l'amministrazione statunitense, Mohammad Bagher Ghalibaf, è intervenuto oggi per ribadire la linea della massima fermezza e per delineare la postura strategica del suo Paese dopo gli scambi di colpi della notte. Il politico, che rappresenta una delle figure più influenti e potenti all'interno della complessa architettura istituzionale della Repubblica Islamica, ha affidato il proprio pensiero a una nota ufficiale pubblicata su X. Ghalibaf ha voluto mandare un messaggio chiaro alla Casa Bianca: “Gli Stati Uniti non hanno ancora capito che le intimidazioni e la mancata osservanza degli impegni non restano più impunite”. L'esponente di Teheran ha poi rincarato la dose utilizzando toni perentori sul destino delle rotte energetiche globali: “Sia chiaro: se colpite, sarete colpiti”, aggiungendo successivamente che lo Stretto di Hormuz, epicentro geografico e geopolitico della crisi in corso, “sarà aperto solo alle condizioni iraniane” e non sotto l'effetto o la pressione delle minacce statunitensi.
Il capo negoziatore ha voluto rimarcare come l'epoca delle concessioni unilaterali sia terminata, affermando che “l'America non ha ancora imparato che le prepotenze e le promesse non sono più gratuite”. Nel rivolgersi direttamente ai decisori politici di Washington, il rappresentante iraniano ha concluso il suo intervento con un avvertimento volto a evidenziare il rischio di un pantano militare per le forze occidentali: “Non agitatevi inutilmente, altrimenti affonderete ancora di più: lo Stretto di Hormuz si aprirà solo con ‘accordi iraniani’, non con minacce americane”.
Questo irrigidimento negoziale giunge a poche ore di distanza dalle pesanti dichiarazioni rilasciate ieri da Donald Trump. L'inquilino della Casa Bianca, commentando l'andamento delle frizioni internazionali, aveva decretato in modo netto la fine dei canali di mediazione diplomatica, affermando pubblicamente che il cessate il fuoco provvisorio era da considerarsi ormai “finito”. In quell'occasione, il tycoon non aveva risparmiato insulti personali e politici diretti ai vertici istituzionali e religiosi della Repubblica Islamica, definendo pubblicamente la leadership iraniana come “pazza”, “malvagia” e “feccia”.
LE INCOGNITE SULLA TRANSIZIONE AL VERTICE DI TEHERAN. La congiuntura militare ed economica si inserisce in un momento di profonda e delicata transizione interna per l'Iran. Il lungo e solenne protocollo funebre per la scomparsa del leader supremo, l'Ayatollah Ali Khamenei, è ormai giunto alle sue battute conclusive. Per giorni l'intero apparato statale, religioso e militare si è stretto attorno alle cerimonie di commemorazione, un evento che ha paralizzato la normale attività politica ma che ha anche offerto alle diverse fazioni interne l'opportunità di riorganizzarsi e misurare i propri rapporti di forza in vista della successione.
La vera incognita che pesa sul futuro a breve termine della crisi riguarda la nomina e la successiva presentazione pubblica della nuova massima autorità spirituale e politica del Paese. Gli analisti si interrogano se il nuovo leader supremo farà la sua prima apparizione ufficiale proprio in queste ore di massima emergenza bellica, una scelta che assumerebbe un forte valore simbolico e programmatico. La gestione della risposta militare ai raid americani e il controllo dello Stretto di Hormuz rappresentano, di fatto, il primo vero banco di prova per la futura guida dell'Iran. Una postura eccessivamente morbida rischierebbe di essere letta come un segno di debolezza interna di fronte ai pasdaran, mentre un'ulteriore escalation bellica potrebbe trascinare il Paese in un conflitto aperto dalle conseguenze imprevedibili per la tenuta stessa del sistema di potere teocratico. (9 LUG – deg)
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