“All'inizio mi ha ricordato la protesta studentesca del 2018, con preoccupazioni sincere”, lo afferma, in una intervista al Corriere della Sera, il premier albanese Edi Rama, in merito alle manifestazioni a Tirana contro un resort legato alla società di Jared Kushner, genero di Donald Trump, spiegando che “oggi è anche una protesta politica, presa in mano da una coalizione di opposizioni, attori politici e reti dall'estero, che hanno un obiettivo comune: colpire il governo. E qui c'è una dimensiona globale”. Rama osserva che “Trump non è il nome di un investitore in questa storia: è la più grande fonte di indignazione digitale al mondo. Ovunque compaia, si attivano eserciti politici, mediatici e digitali pro e contro di lui. Ho il dovere di distinguere tra il cittadino che si preoccupa per la natura e le fabbriche dell'isteria che cercano di usare l'Albania come palcoscenico per le proprie battaglie”. Sul blocco dell'opera, il premier chiarisce che “il governo non ha nulla da bloccare, perché non esiste ancora un progetto definitivo. Non c'è permesso di costruzione. Non c'è cantiere. Non c'è una decisione finale su cui si possa dire: fermatela. Un governo serio non agisce su fantasie, ma su documenti, leggi, studi e standard”, auspicando che sia “un nuovo modello di sviluppo in cui turismo e natura non si escludano”. Il primo ministro aggiunge: “Non ho paura né dell'amministrazione americana, né dei social network, né della folla. Ho una responsabilità verso l'Albania. Un criterio sarà uno solo: il progetto soddisfa gli standard legali, ambientali, architettonici e strategici che l'Albania europea merita? Se sì, va avanti. Se no, non va avanti. Punto”. Rammaricato per le polemiche, specifica che “se qualche mia parola ha ferito persone sincere che protestano per preoccupazione verso la natura, lo dico senza alcuna difficoltà: mi dispiace. Ma non accetto di equiparare i cittadini sinceri alle fabbriche del fango”, convinto che “lo Stato non può essere governato con il telecomando dei social. Se ogni processo si ferma appena si crea una tempesta digitale, allora non abbiamo più legge, non abbiamo più economia, non abbiamo più istituzioni. Abbiamo solo paura. E la paura non è politica pubblica”. Sulle richieste di dimissioni, Rama avverte che “in democrazia, non le decidono i megafoni, ma le istituzioni e i cittadini con il voto. Io ho un mandato chiaro. Chi pensa che debba andarmene ha il diritto di organizzarsi, di competere e di vincere. L'ultimatum non è democrazia”, precisando che sulle proteste “abbiamo visto amplificazione artificiale dall'esterno, uso massiccio di Vpn, account anonimi, piattaforme legate a ecosistemi propagandistici e attori malintenzionati”. Passando ai problemi interni, ammette che “pensioni, sanità, giustizia quotidiana, servizi pubblici: qui c'è ancora molto da fare. Non lo nego”, ma rivendica che “l'Albania di oggi non è quella di prima. Gli stipendi sono aumentati. L'occupazione è aumentata. L'economia è più forte. La giustizia sta toccando gli intoccabili. Il Paese è più vicino all'Ue che mai”. (9 LUG - deg)
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