Agenzia Giornalistica
direttore Paolo Pagliaro

SCREENING ONCOLOGICI: NEL 2024 OLTRE 7,6 MILIONI DI PERSONE FUORI DAI PROGRAMMI GRATUITI

Nel 2024 il 54% della popolazione target, oltre 7,6 milioni di persone, è rimasto fuori dai programmi gratuiti di screening oncologico, soprattutto nel Mezzogiorno: in parte perché non ha ricevuto l’invito, molto più spesso perché non ha aderito. «Adesioni ancora troppo basse e profonde diseguaglianze territoriali – dichiara Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – compromettono l’efficacia dello strumento più idoneo per individuare precocemente tumori e lesioni precancerose. Il bilancio è pesantissimo: oltre 50.300 casi non intercettati dai programmi organizzati di screening». Gli screening oncologici inclusi nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), che tutte le Regioni devono garantire gratuitamente, comprendono la mammografia per le donne tra 50 e 69 anni, lo screening del tumore della cervice uterina per le donne tra 25 e 64 anni e quello del tumore del colon-retto per donne e uomini tra 50 e 69 anni. «Al netto degli esclusi dal target – afferma Cartabellotta – nel 2024 sono state invitate a eseguire un test di screening oltre 14,1 milioni di persone (14.101.942), ma hanno aderito meno di 6,5 milioni (6.481.002). Il dato nasconde profonde differenze non solo tra i tre programmi di screening, ma soprattutto tra Regioni e aree geografiche del Paese». Sulla base dei dati del Report 2024 dell’Osservatorio Nazionale Screening (ONS), il network che monitora gli screening oncologici offerti dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN), la Fondazione GIMBE ha analizzato punti di forza e criticità dei tre programmi «con un duplice obiettivo: sensibilizzare i cittadini sull’importanza di aderire agli screening organizzati e sollecitare Regioni e Aziende Sanitarie Locali a rafforzare l’organizzazione e la comunicazione pubblica su questo pilastro della prevenzione oncologica», spiega il presidente. (segue)

 

Il Report ONS mette a disposizione numerosi indicatori per valutare la qualità dei programmi di screening, la cui erogazione presenta un’elevata variabilità regionale nelle modalità di invito, nelle strategie di recupero e, soprattutto, nella copertura della popolazione target. Per comprenderne le dinamiche, tre indicatori sono fondamentali: 1) Popolazione target da invitare. Per ciascuno dei tre programmi, la popolazione residente ISTAT al 1° gennaio 2024 nelle fasce di età previste viene rapportata alla periodicità del test: ogni 2 anni per gli screening mammografico e colon-rettale, ogni 3 anni per quello cervicale. 2 Estensione dello screening. Indica il numero di inviti effettivamente spediti, al netto di quelli non recapitati, rispetto alla popolazione target. Non vengono conteggiate le persone escluse prima dell’invio per ragioni cliniche, perché già sottoposte al test di screening o a un esame di secondo livello oppure con una diagnosi oncologica. L’estensione può superare il 100% quando le Regioni effettuano inviti aggiuntivi per recuperare gli inviti non effettuati negli anni precedenti a causa della pandemia, del mancato recapito o della mancata adesione. 3) Adesione allo screening. Indica la percentuale di persone che si sottopongono al test rispetto alla popolazione target, al netto delle esclusioni effettuate prima dell’invio per ragioni cliniche. L’indicatore rientra nel Nuovo Sistema di Garanzia, con cui il Ministero della Salute monitora l’adempimento regionale ai LEA. La Legge di Bilancio 2026 ha previsto un finanziamento dedicato per ampliare progressivamente le fasce di età dei programmi di screening oncologico. Diverse Regioni avevano già anticipato questa scelta con risorse proprie extra-LEA, offrendo la mammografia anche alle donne di 45-49 e 70-74 anni e lo screening del colon-retto anche alle persone di 70-74 anni. «L’ampliamento delle fasce di età rappresenta un’evoluzione importante delle strategie di prevenzione oncologica – commenta Cartabellotta – ma deve essere attuato solo dopo aver garantito un’elevata copertura della popolazione già destinataria degli screening inclusi nei LEA. Altrimenti si rischia di ampliare ulteriormente i divari tra le Regioni in grado di estendere l’offerta e quelle che non riescono ancora a garantire efficacemente quella ordinaria». 

  «I dati ONS 2024 – aggiunge il presidente della Fondazione GIMBE– mostrano una crescita sia degli inviti sia della copertura della popolazione. Tuttavia, l’Italia resta molto lontana dall’obiettivo fissato nel 2022 dal Consiglio dell’Unione Europea: garantire entro il 2025 una copertura degli screening oncologici di almeno il 90% della popolazione target. Il Piano Nazionale di Prevenzione 2026-2031, recentemente approvato dalla Conferenza Stato-Regioni, colloca questo traguardo al 2029, con obiettivi intermedi di almeno il 70% nel 2027 e l’80% nel 2028». Assumendo come obiettivo una copertura del 90% della popolazione target e considerando sia le persone non invitate o che non hanno aderito, sia il tasso di identificazione dei tumori (detection rate), è possibile stimare quanti tumori e lesioni precancerose non siano stati intercettati dai programmi di screening organizzati. «Nel 2024 – spiega Cartabellotta – si stima che il mancato raggiungimento di una copertura del 90% non abbia consentito di identificare oltre 11.000 carcinomi della mammella, di cui più di 2.300 invasivi di piccole dimensioni; quasi 9.700 lesioni precancerose del collo dell’utero; 4.700 tumori del colon-retto e quasi 25.000 adenomi avanzati. Nel complesso, oltre 50.300 tumori e lesioni che i programmi organizzati avrebbero potuto intercettare, permettendo di avviare tempestivamente gli approfondimenti diagnostici e, quando necessario, il trattamento specifico». 

 La scarsa adesione agli screening organizzati riflette anche una conoscenza insufficiente dei programmi di prevenzione oncologica. Nell’ambito del progetto “La Salute tiene banco”, promosso dalla Fondazione GIMBE nelle scuole secondarie di secondo grado, è stato chiesto a 467 studenti degli ultimi due anni di indicare i tre screening oncologici organizzati e gratuiti offerti dal SSN. Solo il 51,2% ha identificato correttamente mammella, colon-retto e cervice uterina. «Questo dato – commenta Cartabellotta – conferma che la cultura della prevenzione va coltivata molto prima dell’età prevista per gli screening. Investire nell’educazione sanitaria dei giovani significa formare cittadini più consapevoli, capaci oggi di promuovere i programmi di screening tra i propri familiari e domani più propensi ad aderirvi». «Prevenzione e promozione della salute – conclude Cartabellotta – sono pilastri essenziali per ridurre l’incidenza delle malattie e garantire la sostenibilità del SSN. Eppure oggi emerge un paradosso evidente: da un lato milioni di cittadini attendono esami diagnostici, non sempre appropriati; dall’altro milioni non aderiscono ai programmi di screening organizzati. Molte Regioni, soprattutto nel Mezzogiorno, devono rafforzare la propria capacità organizzativa, ma il nodo principale resta la scarsa partecipazione. Servono una comunicazione più efficace, un’informazione capillare e il coinvolgimento attivo dei cittadini. Aderire agli screening organizzati significa diagnosticare precocemente i tumori, trattare tempestivamente le lesioni precancerose, aumentare le probabilità di guarigione definitiva, ridurre sofferenze e costi per il SSN e, soprattutto, salvare vite umane». (pap)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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