La prima Conferenza Globale sul Decennio Internazionale delle Scienze per lo Sviluppo Sostenibile si terrà a Parigi, presso il Quartier Generale dell’UNESCO, dal 15 al 17 luglio. Questo appuntamento si sviluppa all'interno del Decennio 2024-2033, proclamato dalle Nazioni Unite e dall'UNESCO per valorizzare la ricerca scientifica come motore fondamentale per accelerare il raggiungimento degli Obiettivi dell'Agenda 2030. Sotto il tema conduttore "Scienze in azione: tracciare un futuro equo e sostenibile per tutti", l'evento riunirà un vasto pubblico di leader politici, ministri, accademici e rappresentanti del mondo industriale e imprenditoriale. I partecipanti lavoreranno per individuare soluzioni concrete alle grandi sfide globali del nostro tempo, come il cambiamento climatico, la povertà, i conflitti e l'inquinamento. Per costruire un futuro più giusto, l'iniziativa punta a sostenere la ricerca transdisciplinare, a rafforzare il legame tra scienza, politica e società, e a creare partnership internazionali. All’evento parteciperà anche Eleonora Colangelo, responsabile del ramo policy dell'editore scientifico Frontiers, per cui si è precedentemente occupata di affari pubblici e analisi di politiche per la scienza aperta. Colangelo lavora da anni nell'ambito delle politiche per scienza, tecnologia e innovazione, con un focus sulla governance dell'open science e del suo allineamento con i quadri normativi internazionali. “La scienza aperta è uno dei terreni su cui si misurerà il confronto: il 16 luglio verrà presentato il rapporto globale del Decennio insieme all’Open Science Outlook 2 UNESCO, il secondo censimento mondiale di come i Paesi stanno attuando la Raccomandazione del 2021 – spiega la ricercatrice a 9colonne - Tre le lenti che mi aspetto saranno rilevanti: la prima riguarda la partecipazione degli Stati alle politiche di scienza aperta, sempre più decisiva in un’ottica di multilateralismo e competitività strategica. 81 Stati membri su 193 hanno appena chiuso il primo ciclo di rendicontazione sotto la Raccomandazione 2021: per la prima volta abbiamo dati comparabili a livello globale su come i Paesi stanno costruendo — o non costruendo — i propri sistemi di ricerca aperti. È esattamente la ‘presa di coscienza dei progressi’ che la Conferenza pone come primo obiettivo, e sarà al centro del dialogo ministeriale del 15 luglio. La seconda – continua Colangelo - riguarda il divario geografico, non meno determinante: il progresso, del resto, non si misura da quanto salgono i Paesi già avanzati, ma da quanto si accorcia la distanza per chi parte indietro. In Europa e Nord America il 76% dei Paesi ha infrastrutture digitali condivise per la scienza aperta; altrove i numeri sono molto meno incoraggianti. È da qui che nasce l’obiettivo della Conferenza di ‘forgiare partnership tra settori e regioni’ per il triennio fino al 2029. La terza riguarda i saperi ancora esclusi: il quarto pilastro della Raccomandazione — il dialogo con altri sistemi di conoscenza, inclusi quelli indigeni e locali — è oggi il più debole, presente in appena il 25% delle politiche nazionali. Ci si aspetta che sia proprio su questo punto che la Conferenza lanci un monito forte, fino alla plenaria conclusiva del 16 luglio, dove si traccerà la rotta dei prossimi tre anni”.
Colangelo è stata revisore del report globale UNESCO sulla scienza aperta, in uscita il 16 luglio: “L’Outlook è innanzitutto un rapporto testuale: non misura se la scienza aperta funziona nella pratica, ma quanto è stata recepita nelle politiche nazionali. Dietro un dato come il 47% dei Paesi che la nomina esplicitamente nel proprio strumento normativo principale ci sono mesi di codifica comparata su sistemi normativi molto diversi tra loro. La pubblicazione del report funge pertanto da base su cui impiantare il monitoraggio del prossimo ciclo, fino al 2029, e uno strumento che i decisori politici potranno usare per collocare le proprie riforme in un quadro internazionale finalmente misurabile. Un dato emerge in particolare, ossia la forza normativa della Raccomandazione UNESCO del 2021. Tra gli Stati che hanno redatto un piano nazionale interamente nuovo dopo la sua adozione, il 63% la cita esplicitamente o vi si allinea in modo sostanziale. Significa che un testo sovrainternazionale sta orientando concretamente la scrittura delle leggi nazionali: un risultato tutt’altro che scontato per uno strumento non vincolante” sottolinea l’esperta. “Come sempre nel ciclo delle policy, tuttavia, - aggiunge Colangelo - monitorare non è infine solo verificare, ma anche ripensare. Qui il report arriva in un momento di passaggio. La Raccomandazione del 2021 porta l’impronta del suo tempo — la ripresa post-pandemica, resa possibile proprio dalla scienza aperta durante il Covid-19 — quando il mondo chiedeva soprattutto accesso e velocità. Oggi chiede anche sicurezza della ricerca, fiducia pubblica, competitività, resilienza scientifica nazionale. Le prossime revisioni dovranno incorporare questa visione più matura: non più apertura come valore da proclamare, ma leva strategica da governare con la lucidità che questo tempo, e non più quello post-pandemico, richiede”.
“Gli SDGs — clima, salute, sicurezza alimentare in testa — non si raggiungono entro il perimetro di un laboratorio, in un solo Paese, né nei tempi di una legislatura. Sono sfide globali per definizione, e una scienza chiusa dietro un pagamento o un confine nazionale non è solo meno efficiente: è strutturalmente inadeguata al mandato” dice convinta Colangelo che è membro della Open Science Monitoring Initiative (OSMI), parte degli SDG Publishers Compact Fellows, membro attivo dello Scholarly Kitchen Cabinet presso la Society for Scholarly Publishing e co-chair dell'Education Committee del Council of Science Editors.
“I dati lo confermano, - spiega - : le ricerche italiane più citate nei documenti di policy internazionali — dal Global Carbon Budget ai rapporti del Lancet Countdown su salute e clima — sono tutte ad accesso aperto, prodotte con oltre 15 Paesi in collaborazione. Lo conferma anche il recente Policy Brief di Frontiers, realizzato con UNU-CPR, PIK e UNESCO sulla base dei progetti vincitori del Frontiers Planet Prize: i progressi più concreti sui confini planetari — dalla decarbonizzazione alla gestione idrica, fino alla biodiversità — dipendono dalla disponibilità di dati e strumenti di analisi spaziale aperti, capaci di trasformare l’evidenza scientifica in interventi mirati. Chi lavora sul campo, dalle biblioteche ai centri dati, lo vede da tempo: la traduzione degli SDGs da impegni dichiarati a pratiche operative dipende dalla velocità con cui l’informazione arriva a chi deve agire. E quella velocità si ottiene solo con un’infrastruttura della conoscenza — dai grandi database ai singoli punti di accesso — costruita per essere aperta di default, non per eccezione”.
E l’Italia? “Sul piano nazionale, l’Italia ha ricevuto, secondo l’Outlook, uno dei finanziamenti più alti al mondo per il proprio Piano Nazionale per la Scienza Aperta — oltre 4 miliardi di euro via PNRR. I repository dati sono passati da 7 a 71 in un decennio, sono stati pubblicati oltre 200.000 dataset, e il nostro impatto citazionale supera ormai quello di economie industriali più consolidate. Un patrimonio che pone l’Italia in buona posizione per contribuire tanto al Pact for the Future quanto all’agenda SDGs nel suo complesso. Restano tuttavia due ostacoli che potrebbero indebolire questo contributo – sottolinea Colangelo - Il primo è culturale. L’84% delle politiche nazionali disciplina bene l’accesso alle pubblicazioni, ma solo il 25% affronta il dialogo con altri sistemi di conoscenza. L’Italia non fa eccezione: è un Paese maturo sull’apertura degli articoli, ma ancora indietro su dati, software, codice, riproducibilità — la parte più complessa e anche la più determinante per un impatto reale sugli SDGs. Il secondo è geopolitico, e riguarda la sovranità dei dati e la sicurezza della ricerca. Fino a poco tempo fa aprire, proteggere e competere sembravano esigenze in conflitto; oggi sono componenti della stessa strategia. La prossima strategia italiana per la scienza aperta, quella che guarderà oltre il 2027, dovrà tenerle insieme, mantenendo lo sguardo fisso sull’orizzonte 2030 e post-2030, e sugli obiettivi di sviluppo sostenibile che ne restano la bussola”.
La giovane esperta – con alle spalle un dottorato in storia antica e antropologia presso l'Université Paris Cité e l'Università di Pisa e una specializzazione in rappresentanza di interessi (lobbying e advocacy) presso la Facoltà di Giurisprudenza della Sapienza Università di Roma – guarda oltre il summit di Parigi: “Il rischio di ogni grande rapporto internazionale è finire su uno scaffale: citato, ma non letto, ancor meno applicato. Il valore di questo Outlook è indicare con precisione dove si rompe la catena tra policy e pratica. Il dato è chiaro: il 75% dei Paesi ha già una policy di scienza aperta a livello di singola università o ente di ricerca, e il 74% ha integrato requisiti di apertura nei bandi di finanziamento esistenti. L’infrastruttura di base, quindi, esiste quasi ovunque. A mancare è la coerenza: solo il 56% dei Paesi ha un finanziamento davvero dedicato alla scienza aperta, concentrato in Europa e Nord America e fermo al 13% in Africa. Da qui derivano tre assi pratici. Il primo: smettere di trattare l’apertura come un obbligo amministrativo legato alla pubblicazione finale, e finanziare invece l’intero ciclo della ricerca — pubblicazioni, dati, infrastrutture, personale dedicato alla loro cura — senza timidezze verso la collaborazione tra pubblico e privato. Il secondo: agire sulla leva della valutazione delle carriere, perché è lì che il comportamento dei singoli ricercatori si traduce nell’adozione reale della scienza aperta. Su questo l’Italia ha già un ruolo di riferimento internazionale: è il Paese con la partecipazione più ampia al mondo alla coalizione CoARA per la riforma della valutazione, con oltre 50 istituzioni coinvolte. Il terzo: adottare un approccio realmente olistico alla scienza aperta, che prenda le pubblicazioni come punto di partenza — dove la maturità è maggiore — ma le estenda coerentemente a dati, software, codice, protocolli, riproducibilità. È il terreno su cui la maggior parte dei Paesi, Italia compresa, resta più indietro, ed è anche quello su cui il report è più netto: la scienza aperta si sta consolidando come infrastruttura di sistema, non più come semplice politica editoriale” sottolinea Colangelo. “C’è infine un obbligo che la storia delle politiche pubbliche considera non negoziabile: il monitoraggio. Nessuna riforma sopravvive a lungo senza poter dimostrare, nero su bianco, il proprio ritorno. E qui – conclude l’esperta - l’Italia ha un vuoto da colmare: manca ancora un sistema di monitoraggio centralizzato capace di misurare il ritorno dell’investimento nella scienza aperta, pubblico e privato. Costruire un barometro nazionale non è un dettaglio tecnico, e deciderà anzi se la prossima strategia sarà un altro documento d’intenti, o la base della leadership scientifica nazionale”. (Gil PO)
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