Agenzia Giornalistica
direttore Paolo Pagliaro

DAL PERU’ AL DONBASS
PER MORIRE PER MOSCA

DAL PERU’ AL DONBASS <BR> PER MORIRE PER MOSCA

“La nostra vita quotidiana è pura adrenalina”. Con queste parole cariche di un'incoscienza quasi drammatica, il ventinovenne boliviano José Maria Soleto descriveva in un video diffuso sui social media la sua quotidianità in prima linea, vestito con l'uniforme dell'esercito russo. Accanto a lui, nelle immagini registrate in piena zona di conflitto, comparivano suo cugino e altri due uomini, con ogni probabilità originari di Perù e Colombia. Un'adrenalina che si è spenta nel modo più tragico: la moglie del giovane ha infatti confermato che il marito è morto. Soleto, che in patria sbarcava il lunario lavorando come semplice venditore di empanadas, aveva deciso di abbandonare il proprio paese attratto dal miraggio di un guadagno per il suo tenore di vita strabiliante, pari a circa 16mila dollari.

Dietro la parabola di Soleto si nasconde una fitta e opaca rete d'ingaggio internazionale che ha spinto la magistratura di La Paz ad accendere i riflettori sul fenomeno. Ieri il procuratore generale della Bolivia, Roger Mariaca, ha annunciato ufficialmente l'apertura di un fascicolo d'indagine incentrato sul sospetto arruolamento fraudolento di cittadini boliviani da parte di Mosca, mascherato dietro lo specchietto per le allodole di finte proposte d'impiego. “È già in corso un'indagine”, ha riferito alla stampa il magistrato inquirente, specificando che “La procura specializzata in tratta di esseri umani è al lavoro” e che le autorità boliviane hanno formalmente “richiesto” la “cooperazione internazionale” per fare piena luce sui canali di reclutamento.

Il problema non lambisce soltanto la Bolivia. Anche i governi di Lima e Bogotà stanno conducendo indagini speculari per comprendere come i propri cittadini finiscano a combattere nel fango del Donbass. Lo scorso maggio, l'ambasciata russa in Perù aveva dovuto ammettere pubblicamente che diversi cittadini peruviani avevano sottoscritto contratti di arruolamento con le forze armate di Mosca, premurandosi tuttavia di assicurare che si trattava esclusivamente di decisioni assunte su base volontaria. Eppure, le tessere del mosaico tratteggiano un disegno ben più sistematico. Il Cremlino ha già fatto ampio ricorso a queste metodologie non convenzionali di reclutamento, attingendo a piene mani da diverse nazioni africane; una condotta che in più di un'occasione ha sollevato forti irritazioni diplomatiche e proteste formali da parte dei governi coinvolti, stanchi di vedere i propri cittadini trasformati in carne da cannone per la macchina bellica russa.

PIOGGIA DI FUOCO SU ODESSA: IL GRANO E IL SANGUE SUL MAR NERO. Mentre Mosca tesse le sue reti di reclutamento globale, sul terreno lo scontro non accenna a diminuire d'intensità, concentrandosi con ferocia inaudita sulle rotte commerciali ucraine. Ieri sera il capo dell'amministrazione militare della regione di Odessa, Oleh Kiper, ha dato notizia di un nuovo, pesante raid missilistico russo che ha preso di mira il nevralgico scalo portuale ucraino. “Secondo le prime informazioni, la sede di un'azienda della città è stata danneggiata”, ha comunicato il governatore tramite un messaggio affidato a Telegram, precisando che, al momento della stesura dei primi rapporti, “Non sono ancora state diffuse informazioni su possibili vittime”.

L'attacco della serata rappresenta però solo l'ultimo atto di una giornata drammatica per la città costiera, flagellata da bombardamenti metodici. Lo stesso Kiper, in coordinamento con i rappresentanti della procura regionale, ha confermato un bilancio tragico: tre marinai hanno perso la vita a causa delle incursioni aeree russe che hanno centrato tre diverse navi mercantili ormeggiate nello scalo. Le vittime dell'attacco sono il capitano di un'imbarcazione e due membri dell'equipaggio di un secondo natante. Da parte sua, il ministero della Difesa russo ha rivendicato la paternità dell'offensiva, confermando di aver preso deliberatamente di mira tre navi da carico nel porto di Odessa, oltre a colpire in modo sistematico le infrastrutture portuali e i depositi petroliferi dell'area. L'obiettivo strategico di Mosca appare evidente: strozzare le residue capacità di esportazione marittima di Kiev, colpendo non solo le strutture logistiche ma anche i vettori commerciali neutrali per terrorizzare le compagnie di navigazione internazionali.

LA MOSSA DI WASHINGTON: TRUMP ACCELERA SULLE SANZIONI DI GRAHAM. Sul versante politico ed economico, l'asse della risposta occidentale passa ancora una volta dalle stanze del potere di Washington. Il presidente americano Donald Trump, nel corso di un incontro con i giornalisti alla Casa Bianca, ha dichiarato che le probabilità di una definitiva approvazione del disegno di legge sulle sanzioni alla Russia sono “molto alta”. La proposta legislativa, originariamente formulata dal defunto senatore repubblicano Lindsey Graham, mira a stringere ulteriormente i cordoni della borsa di Mosca. L'inquilino della Casa Bianca ha voluto sottolineare il valore simbolico e politico di questa iniziativa, ricordando come il parlamentare scomparso desiderasse, “più di ogni altra cosa al mondo”, l'adozione di un impianto sanzionatorio durissimo contro l'aggressione russa. “C'è un'alta probabilità che ciò avvenga”, ha scandito con forza il tycoon.

Tuttavia, le dichiarazioni del leader americano lasciano intravedere una complessa manovra diplomatica e geopolitica che va ben oltre i confini del conflitto ucraino. Trump ha suggerito che nella stesura del testo normativo potrebbero inserirsi attori come l'Iran e la milizia sciita libanese di Hezbollah. “Hanno intenzione di aggiungere l'Iran, e se lo facessero sarebbe un passo molto serio”, ha sottolineato il presidente, aggiungendo che il gruppo terroristico libanese potrebbe essere integrato nel pacchetto punitivo. “Quindi lo stiamo valutando. Ma lo stanno prendendo seriamente in considerazione... E questo è merito di Lindsey. Era affar suo”, ha concluso Trump.

La scelta di legare le sanzioni anti-russe alla minaccia mediorientale sembra un tentativo della presidenza di compattare il Congresso su una linea dura che accontenti i falchi di entrambi gli schieramenti, offrendo al contempo a Mosca un potenziale terreno di trattativa. Resta invece congelato, almeno per ora, il capitolo delle sanzioni secondarie destinate a colpire i paesi terzi che si ostinano a commerciare con il Cremlino: Trump ha infatti precisato che l'estensione di tali misure punitive a giganti economici come la Cina e l'India non è ancora stata oggetto di discussione interna all'amministrazione.

ASSE PARIGI-KIEV E LA GUERRIGLIA NAVALE NEL MAR D'AZOV. Mentre Washington calibra la sua risposta finanziaria, l'Europa si muove sul binario degli aiuti militari diretti. Ieri, cogliendo l'occasione solenne della parata del 14 luglio a Parigi, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato di aver siglato “un importante accordo” bilaterale in materia di difesa con l'omologo francese Emmanuel Macron. Secondo quanto riferito dal leader di Kiev, questa nuova intesa prevede una massiccia fornitura di materiale bellico: un pacchetto che include missili a lungo raggio, bombe guidate di precisione e una sedicesima tranche di caccia multiruolo Rafale. L'annuncio evidenzia il tentativo ucraino di modernizzare la propria flotta aerea e potenziare le capacità di attacco in profondità per spezzare la superiorità aerea russa. I frutti di questa strategia di logoramento si fanno già sentire sul fronte marittimo. Le forze armate di Kiev hanno rivendicato il successo di una vasta campagna aeronavale, dichiarando di aver colpito ben 116 imbarcazioni russe nell'arco di soli nove giorni. Tra i bersagli centrati figurano numerose petroliere che incrociavano nelle acque del Mar d'Azov, colpite nel quadro di un piano mirato a sabotare le esportazioni di greggio con cui Mosca finanzia lo sforzo bellico.

L'operazione di maggior rilievo rivendicata dal comando ucraino riguarda l'affondamento dell'Izumrud, una moderna motovedetta in dotazione alla guardia di frontiera russa. L'unità navale sarebbe stata colata a picco nei pressi del porto di Novorossiysk grazie all'impiego ravvicinato di un drone kamikaze di nuova generazione, a dimostrazione di come la flotta invisibile di Kiev continui a mettere alle strette la marina di Mosca anche al di fuori delle acque territoriali ucraine.

LA STRAGE SILENZIOSA: RECORD DI VITTIME CIVILI SECONDO L'ONU. I successi militari e i proclami diplomatici non riescono però a mitigare il drammatico impatto del conflitto sulla popolazione inerme. I dati statistici diffusi dalle Nazioni Unite descrivono un quadro desolante: nel corso del mese di giugno, il numero di civili rimasti uccisi o feriti in Ucraina ha toccato il picco più drammatico registrato dall'aprile del 2022. Secondo i rilevamenti ufficiali dell'ONU, durante il mese scorso si sono contati almeno 293 morti e 1.990 feriti tra la popolazione civile ucraina. Una contabilità dell'orrore che evidenzia un trend in costante peggioramento: la cifra totale delle vittime ha subito un incremento del 10% se paragonata ai dati del precedente mese di maggio (che aveva fatto registrare 282 decessi e 1.794 feriti) e addirittura un'impennata del 37% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, quando nel giugno del 2025 si erano contati 249 morti e 1.416 feriti. Questo incremento del tasso di mortalità tra i non belligeranti testimonia la crescente brutalità dei bombardamenti russi a lungo raggio sui centri urbani e la saturazione delle difese aeree ucraine.  

TERREMOTO POLITICO A KIEV E LO STRAPPO DELLA BULGARIA. In questo scenario di logoramento, la tenuta interna dei paesi coinvolti comincia a mostrare preoccupanti segni di cedimento, sia sul fronte ucraino che su quello dei suoi alleati regionali. A Kiev si è consumato un vero e proprio terremoto politico con le dimissioni della prima ministra Yulia Svyrydenko, dimissioni che si inseriscono in un quadro di profondo rimpasto politico e strategico. Nel congedarsi dal Parlamento, Svyrydenko ha voluto riassumere i passaggi chiave del suo mandato, rivendicando come propri successi personali l'aver garantito al paese un prestito straordinario da 90 miliardi di euro da parte dell'Unione Europea, l'aver gestito con efficacia la complessa rete di approvvigionamento energetico nazionale durante la stagione invernale e l'aver avviato i delicati negoziati formali per l'ingresso di Kiev nella famiglia europea. Le dimissioni della premier aprono una fase di inevitabile incertezza nel bel mezzo di una fase cruciale del conflitto. Nel frattempo, sul fronte della coalizione internazionale a sostegno di Kiev, si registra la pesante defezione di Sofia. La Bulgaria ha infatti annunciato la decisione di sfilarsi dal cartello di forze politiche europee pronte a sostenere militarmente lo sforzo bellico dell'Ucraina. Il primo ministro bulgaro Rumen Radev ha motivato la scelta sposando una linea di netto realismo diplomatico: “La soluzione a questo conflitto non risiede nel suo prolungamento con mezzi militari, ma in una forte iniziativa diplomatica che ponga fine all'escalation”. Radev si è detto esplicitamente favorevole a un'immediata ripresa dei canali di comunicazione e del dialogo con la Federazione Russa, assestando un duro colpo alla dottrina dell'isolamento totale di Mosca promossa da Bruxelles. Nel frattempo il clima di tensione ai confini dell'Alleanza Atlantica resta altissimo, come dimostra l'ultimo grave incidente nei cieli del Baltico. Caccia dell'aeronautica militare polacca sono dovuti decollare d'urgenza per intercettare un velivolo militare russo che si era spinto a ridosso dello spazio aereo presidiato dalla NATO. Il ministro della Difesa di Varsavia, Wladyslaw Kosiniak-Kamysz, ha commentato l'episodio senza giri di parole, indicandolo come l'ennesima prova che il Cremlino stia conducendo una vera e propria “guerra ibrida” contro il territorio polacco, “svolgendo missioni di ricognizione e mostrando ostilità verso tutti i paesi dell'Alleanza”. (15 LUG – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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