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direttore Paolo Pagliaro

NONA NOTTE DI RAID USA
TRUMP PIANGE “GLI EROI”

NONA NOTTE DI RAID USA <BR> TRUMP PIANGE “GLI EROI”

“L'Iran è stato gravemente danneggiato. Ha perso quasi tutto sul piano militare. Gli è rimasto ben poco”. Con queste parole il presidente americano Donald Trump ha commentato, al suo rientro a Washington dopo aver assistito alla finale dei Mondiali, l'esito della nona notte consecutiva di bombardamenti condotti dagli Stati Uniti contro il territorio iraniano. Una dichiarazione che fotografa una fase di massima pressione militare, ma che al contempo introduce il bilancio sempre più pesante sostenuto da Washington. L'inquilino della Casa Bianca non ha infatti nascosto la sofferenza per il prezzo umano pagato dalle forze armate a stelle e strisce: “Siamo profondamente addolorati” per i soldati caduti, ha aggiunto il tycoon, mentre il conto delle vittime tra le truppe statunitensi è salito a 17 unità. “Ci dispiace molto, ma sapete, quelle brave persone, quei grandi patrioti... là fuori lottano affinché l'Iran non possa avere un'arma nucleare”, ha scandito l’inquilino della Casa Bianca.

LA NONA NOTTE DI RAID E IL BILANCIO DELLE PERDITE AMERICANE. La determinazione di Washington si è concretizzata nuovamente nelle ultime ore. Il Comando Centrale degli Stati Uniti per il Medio Oriente (CENTCOM) ha reso noto di aver completato una nuova massiccia serie di raid aerei. Le operazioni notturne, come spiegato in una nota ufficiale diffuse su X dal comando strategico, “hanno preso di mira i centri di comando militare iraniani, i siti di difesa aerea e di sorveglianza costiera, le capacità marittime, i siti di lancio di missili e droni e le reti di comunicazione, al fine di ridurre ulteriormente la capacità dell'Iran di attaccare navi commerciali e marinai civili che transitano nello Stretto di Hormuz”. Le esplosioni sono state udite in diverse regioni della Repubblica islamica, confermando un'intensità bellica che non accenna a diminuire.

Tuttavia, il costo strategico e umano di questo scontro prolungato continua a emergere nei dettagli operativi forniti dai vertici militari statunitensi. Sempre il CENTCOM ha aggiornato il quadro delle perdite subite nei teatri periferici del conflitto. Ieri sono stati forniti dettagli circa l'attacco subito il 17 luglio in Giordania: dopo il decesso di due militari e la scomparsa di un terzo, i reparti di ricerca hanno rinvenuto sul luogo dell'impatto resti non identificati, sui quali sono tuttora in corso le analisi di laboratorio per confermarne ufficialmente l'identità. A questo episodio si aggiunge quanto accaduto sabato nel nord dell'Iraq, dove un soldato americano è rimasto ucciso in azione durante le operazioni di detonazione controllata di un dispositivo inesploso, appartenente a un drone d'attacco iraniano precedentemente abbattuto. Nel medesimo incidente, un secondo militare ha riportato ferite di lieve entità ed è attualmente sottoposto a cure mediche. Il comando americano ha scelto di mantenere il massimo riserbo sulle generalità delle vittime per rispettare i tempi di notifica alle famiglie.

LA RISPOSTA DI TEHERAN E LE RITORSIONI DEGLI ALLEATI REGIONALI. Sul fronte opposto, la narrazione tattica di Teheran mira a mostrare una capacità di risposta ancora intatta e in grado di colpire punti nevralgici dello schieramento avversario. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC) ha sostenuto di aver condotto con successo un'ulteriore ondata di operazioni mirate contro la base aerea di Ali Al Salem, situata in Kuwait, sede di importanti installazioni logistiche americane. Secondo quanto riportato dall'emittente statale IRIB, i Pasdaran avrebbero impiegato droni suicidi per distruggere un radar di allerta precoce, riuscendo inoltre a centrare un deposito di materiali aeronautici e un hangar adibito al ricovero di droni da ricognizione e attacco MQ-9, provocando l'incendio di diversi velivoli.

L'impatto della reazione iraniana continua a proiettarsi sull'intera regione del Golfo, investendo direttamente i Paesi alleati di Washington. Ieri le autorità del Kuwait hanno denunciato un nuovo attacco contro un fondamentale impianto cittadino adibito alla produzione di energia elettrica e alla desalinizzazione dell'acqua, finito nel mirino per il secondo giorno consecutivo. Sistemi di difesa aerea sono dovuti entrare in azione per intercettare vettori ostili anche nei cieli della Giordania e del Bahrein. Proprio nel piccolo regno insulare la tensione è salita a livelli di guardia: oggi l'ambasciata degli Stati Uniti a Manama ha diramato un’allerta urgente alla cittadinanza americana, segnalando informazioni di intelligence che indicano il rischio imminente di attacchi iraniani contro “luoghi non specificati” nel centro della capitale. “Esortiamo tutti gli americani a rimanere vigili, a seguire le istruzioni delle autorità locali e a consultare le ultime linee guida dell'ambasciata statunitense”, si legge nel messaggio diffuso sui canali social dell'ufficio diplomatico, mentre in diverse aree di Manama sono risuonate le sirene d'allarme dopo l'annuncio di Teheran di aver lanciato una nuova serie di missili verso obiettivi avversari.

LA RETORICA DEL LOGORAMENTO E IL NODO DEI NEGOZIATI. Analizzando il quadro politico e diplomatico, emerge con chiarezza come il reale obiettivo delle parti non sia una risoluzione immediata, bensì la costruzione di una posizione di forza contrattuale in vista di un eventuale – ma ancora lontano – tavolo negoziale. La sospensione formale delle ostilità, teoricamente inserita nella cornice di un cessate il fuoco di 60 giorni, appare ormai del tutto svuotata di significato operativo, con entrambi gli schieramenti che ne prendono atto nei fatti. La diplomazia, in questa fase, viene utilizzata come estensione della pressione militare.

Significative in questo senso risultano le posizioni espresse dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi in un'articolata intervista concessa ai media statali. “La fine della guerra è possibile o attraverso una vittoria militare assoluta o attraverso i negoziati. Il momento giusto per negoziare è proprio quando si è raggiunto un risultato concreto e strategico sul fronte militare”, ha dichiarato il capo della diplomazia di Teheran all'agenzia IRNA. Il ragionamento del ministro riflette la volontà della leadership iraniana di non accettare alcuna resa condizionata fino a quando non riterrà di aver equilibrato i rapporti di forza sul campo: “Non si possono correre rischi con la vita delle persone e con il destino dell'intero Paese. Le decisioni devono essere prese sulla base di calcoli accurati e completi”. Pur riconoscendo l'impatto dei raid americani, Araghchi ha ostentato sicurezza sulla tenuta del regime: “Nonostante alcune perdite, siamo emersi come un attore internazionale decisivo in questa guerra e abbiamo dimostrato la forza del sistema”.

L'APPELLO DI WASHINGTON PER LA SICUREZZA DEL COMMERCIO GLOBALE. Da parte americana, la narrazione ufficiale punta a spostare l'attenzione dalla mera contrapposizione bilaterale alla tutela della stabilità economica e commerciale dell'intera comunità internazionale. Ieri, prima di imbarcarsi per una missione diplomatica nelle Filippine, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha lanciato un esplicito richiamo ai Paesi terzi affinché non rimangano spettatori passivi della crisi che sta bloccando le rotte marittime fondamentali. “È chiaro che l'Iran, o almeno alcuni funzionari iraniani, vogliono controllare lo stretto e usarlo come leva contro il resto del mondo”, ha affermato il capo della diplomazia di Washington riferendosi allo Stretto di Hormuz. L'esponente dell'amministrazione statunitense ha poi sollecitato un intervento diretto dei partner globali: “Gli Stati Uniti faranno, e continueranno a fare, ciò che è necessario per proteggere il trasporto marittimo globale, ma gli altri Paesi devono iniziare a intensificare i loro sforzi e fornire assistenza per condividere questo onere, sia in termini materiali che finanziari”. Nel chiarire la posizione della Casa Bianca circa la riapertura di un canale di dialogo, Rubio ha voluto precisare i paletti entro cui Washington si muove, evidenziando il mancato rispetto da parte iraniana degli impegni precedentemente assunti. “Credo che restiamo sempre aperti alla diplomazia”, ha affermato l'alto funzionario, puntualizzando tuttavia che gli iraniani “non possono pretendere un memorandum d'intesa che resti valido se ne violano i termini”. Il riferimento è all'intesa siglata il 17 giugno scorso tra Washington e Teheran, una bozza che avrebbe dovuto avviare formali colloqui di pace ma che è irrimediabilmente tramontata con l'esplosione delle nuove ostilità all'inizio del mese corrente. “Gli Stati Uniti restano aperti a una soluzione diplomatica. Abbiamo tentato più volte con l'Iran e continueremo a farlo”, ha concluso il Segretario di Stato.

Le dichiarazioni di Rubio e Araghchi mostrano dunque una dinamica speculare in cui la diplomazia non viene invocata come uno strumento per fermare i combattimenti nell'immediato, ma come una bandiera di legittimazione politica. Gli Stati Uniti cercano di coordinare una risposta internazionale per scaricare parte dei costi finanziari e militari del presidio navale, mentre l'Iran calcola la sostenibilità dell'usura materiale contro il dividendo politico di ergersi ad attore inamovibile nella regione. In assenza di un punto di incontro sul dossier nucleare e sulla sicurezza della navigazione, le prossime ore sembrano dunque destinate a registrare un ulteriore prolungamento del ciclo di attacchi e ritorsioni. (20 LUG _ deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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