“Il nemico dovrebbe prepararsi a ondate ancora più decisive e potenti di attacchi con droni e missili”. È con questa minaccia esplicita, affidata a una nota diffusa dall'agenzia ufficiale Irna, che le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno accompagnato l'ennesima notte di fuoco nel Medio Oriente. Una dichiarazione che sintetizza la spirale di violenza in cui è precipitato il confronto diretto tra Washington e Teheran, giunto ormai a una fase di scontro aperto senza precedenti. Nella notte tra ieri e oggi, gli Stati Uniti hanno bombardato il territorio iraniano per la decima notte consecutiva, concentrando le incursioni aeree e navali nei pressi di Sirik, Bandar Abbas, sull'isola di Qeshm, a Chabahar e a Konarak. La risposta della Repubblica Islamica non si è fatta attendere e si è concretizzata in una pioggia di attacchi di rappresaglia che sta mettendo a dura prova l'intera infrastruttura di sicurezza della regione del Golfo Persico.
COSÌ IL CENTCOM. Sul piano militare, le forze americane continuano a spingere sull'acceleratore per degradare le capacità offensive dell'avversario. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha reso noto di aver completato un'ulteriore e complessa serie di raid contro l'Iran. L'operazione ha preso di mira in modo capillare centri di comando militari, infrastrutture marittime, siti di lancio di missili e droni, oltre a diversi sistemi di difesa aerea. L'obiettivo strategico dichiarato dal Pentagono resta quello di depotenziare la capacità di Teheran di minacciare il naviglio commerciale in transito nello Stretto di Hormuz. Nonostante l'intensità delle ostilità, la Difesa statunitense rivendica il mantenimento del flusso navale nel corridoio marittimo internazionale, sottolineando come dall'inizio di maggio le forze americane abbiano scortato e facilitato il passaggio di circa 900 navi commerciali e 450 milioni di barili di greggio, ribadendo la ferma intenzione di ritenere l'Iran responsabile per qualsiasi aggressione ai danni dei marinai civili.
MA L’IRAN CONTRATTACCA. La replica iraniana delle ultime ore ha tuttavia dimostrato come l'apparato bellico della Repubblica Islamica mantenga un'elevata capacità di reazione asimmetrica e a corto raggio. Sempre nelle prime ore di oggi, i Pasdaran hanno annunciato di aver condotto attacchi mirati contro posizioni e installazioni militari degli Stati Uniti dislocate in Bahrein e Kuwait. Nel dettaglio, il braccio ideologico delle forze armate iraniane sostiene di aver colpito due sistemi di difesa aerea e un'importante stazione radar all'interno di due avamposti statunitensi in Bahrein. Parallelamente, sul suolo kuwaitiano, Teheran dichiara di aver neutralizzato sistemi missilistici difensivi e apparati di ricezione satellitare. In un secondo comunicato diffuso dalla televisione statale, le forze armate iraniane hanno poi precisato di aver impiegato droni kamikaze contro tre basi strategiche in Kuwait: la base aerea di Arifjan, dove sarebbero stati presi di mira gli edifici amministrativi e i sistemi di tracciamento; la base di Al-Udairi, con il ferimento dell'area eliportuale; e l'installazione di Ahmad Al-Jaber, dove è stata colpita una caserma.
IL NODO DI HORMUZ. Il punto più critico del confronto rimane lo Stretto di Hormuz, vero e proprio snodo nevralgico dell'economia mondiale, dove la tensione si è tramutata in aperta guerriglia navale. Oggi i Pasdaran hanno confermato il blocco e il danneggiamento di due petroliere che tentavano di percorrere la cosiddetta “rotta meridionale”, un tragitto che Teheran non riconosce ufficialmente e considera ad alto rischio. Secondo la ricostruzione fornita dai media statali iraniani, le due imbarcazioni sono state bloccate dopo che una serie di esplosioni a bordo hanno innescato degli incendi, paralizzando il transito lungo quella traccia marittima. Un segnale chiaro con cui l'Iran intende dimostrare di poter esercitare un potere di veto reale e immediato sul passaggio delle risorse energetiche globali, rispondendo alla pressione militare con il ricatto economico.
GLI USA SI RIDISPIEGANO. Negli Stati Uniti, intanto, l'amministrazione guidata dal presidente americano Donald Trump sta procedendo a un imponente riassetto del dispositivo militare nella regione, segnale inequivocabile che la fase acuta del conflitto potrebbe protarsi a lungo. Un funzionario statunitense ha confermato che Washington sta aumentando in modo significativo il numero di caccia da combattimento dislocati in Medio Oriente mentre l'inquilino della Casa Bianca valuta i prossimi passaggi strategici. Parallelamente, fonti della difesa israeliana riferiscono dell'arrivo continuo, avvenuto anche negli ultimi giorni, di decine di aerei cisterna statunitensi negli aeroporti dello Stato ebraico, elemento tecnico indispensabile per garantire un'autonomia prolungata alle operazioni di bombardamento a lungo raggio. Se da un lato il tycoon ostenta fermezza, dal Pentagono giungono i primi bilanci umani dell'operazione: quasi 100 militari statunitensi hanno riportato ferite di vario grado a partire dallo scorso 7 luglio, sebbene la maggior parte delle lesioni venga classificata come lieve.
AVVISO AI CITTADINI USA. Il clima di incertezza e il pericolo di un'ulteriore espansione del conflitto hanno spinto il Dipartimento di Stato americano a rinnovare nella giornata di ieri un drastico avviso di sicurezza rivolto ai propri cittadini in tutto il mondo. Attraverso un messaggio diffuso su X, la diplomazia statunitense ha invitato alla massima prudenza, evidenziando come “a causa dell'intensificarsi delle tensioni in Medio Oriente, la situazione della sicurezza rimane complessa e potrebbe subire un'escalation imprevedibile”. Il Dipartimento ha raccomandato agli americani presenti nella regione di “esercitare cautela e maggiore vigilanza, e di prepararsi a possibili cancellazioni di voli, chiusure periodiche dello spazio aereo e possibili interruzioni dei loro viaggi”, sollecitando a “riconsiderare qualsiasi piano di viaggio”. L'allarme si estende ben oltre i confini mediorientali, poiché “l'Iran e i gruppi che lo sostengono potrebbero prendere di mira altri interessi americani all'estero o luoghi associati agli Stati Uniti e agli americani in tutto il mondo”.
L’IRRITAZIONE DEL CONGRESSO. Mentre la pressione militare sale, sul fronte interno americano cresce il nervosismo politico per la gestione della crisi da parte della Casa Bianca e per la mancanza di trasparenza nei confronti del Congresso. I principali esponenti della sponda democratica nelle commissioni chiave della Camera dei Rappresentanti hanno espresso forte irritazione, sollecitando l'esecutivo a fornire aggiornamenti tempestivi e dettagliati sullo stato delle operazioni. Il deputato democratico Jim Himes del Connecticut, membro di spicco della Commissione Intelligence, ha apertamente denunciato ai giornalisti che il “Gruppo degli Otto” — la ristretta leadership parlamentare e bipartisan preposta alla vigilanza sui servizi segreti — non riceve un briefing “significativo” da diversi mesi, a dispetto dei gravissimi sviluppi registrati sul campo e delle prime perdite umane. Himes ha comunque auspicato che la commissione possa svolgere un'audizione prima della pausa estiva dei lavori parlamentari, prevista per la fine di questa settimana. Gli ha fatto eco il deputato democratico Adam Smith dello Stato di Washington, esponente di punta della Commissione per le Forze Armate, ribadendo che “sono passate settimane dall'ultimo briefing dell'amministrazione” e augurandosi che il confronto a porte chiuse possa avvenire già nella giornata di oggi.
SFUMATA LA DETERRENZA. Dalle recenti manovre diplomatiche e militari, emerge con chiarezza una spaccatura profonda tra la narrazione pubblica della Casa Bianca e la realtà strategica del conflitto. L'ostinazione con cui Washington rivendica la messa in sicurezza delle rotte commerciali contrapposta all'effettiva paralisi dello Stretto di Hormuz dimostra come il tradizionale modello di deterrenza abbia perso efficacia di fronte alla tattica iraniana del logoramento diffuso. L'Iran non cerca una vittoria campale contro la potenza di fuoco americana, ma punta a rendere insostenibile il costo politico ed economico del conflitto per l'amministrazione statunitense, colpendo le basi periferiche, infiammando i mercati petroliferi e costringendo gli Stati Uniti a un capillare e dispendioso sforzo difensivo in tutto il Golfo. La richiesta di chiarimenti da parte del Congresso americano non è quindi una semplice schermaglia di partito, ma riflette la crescente preoccupazione delle istituzioni di Washington di fronte a un'operazione militare dai contorni indefiniti, priva di una chiara exit strategy e suscettibile di trascinare il paese nell'ennesimo prolungato conflitto mediorientale. (21 LUG – deg)
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