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direttore Paolo Pagliaro

FAKIR, QUEL FILO ROSSO
CON MAGHERINI E FLOYD

FAKIR, QUEL FILO ROSSO <BR> CON MAGHERINI E FLOYD

Le urla e le richieste disperate di aiuto di Riccardo Magherini, quelle di George Floyd  e da ultimo quelle di Abderrahim Fakir. Le immagini degli ultimi istanti di vita dei tre uomini sono state mostrate nella Sala Nassirya di Palazzo Madama, in apertura della conferenza stampa promossa dalla senatrice di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Cucchi, per chiedere verità e giustizia sul caso del 42enne deceduto domenica a Bologna, mentre era immobilizzato a terra da due agenti di polizia. Conferenza stampa a cui sono intervenuti anche il leader di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni e quello di Più Europa Riccardo Magi. Una pratica “pericolosa” quella dell’immobilizzazione del fermato a terra, denuncia la senatrice, citando i pronunciamenti della Corte europea dei diritti dell’uomo, ma anche le recenti linee guida del Viminale sulla gestione delle persone non collaborative, in cui si legge che “l’intervento coercitivo per mettere in sicurezza un soggetto non collaborativo presenta dei rischi che possono essere mitigati mediante un corretto impiego delle tecniche operative. Non va prolungata la posizione di decubito prono e la compressione del torace, per i rischi che possono provocarsi al sistema cardiaco e agli organi respiratori: il fermato, una volta messo in sicurezza, laddove fosse necessario, nell’attesa dell’intervento di personale sanitario, dovrà essere posto in posizione di decubito laterale”.   “Non solo l'Italia non impara, ma l'Italia ‘fa ancora di più’, perché io credo che il principale responsabile dei fatti accaduti domenica a Bologna sia chi ci governa, perché continua con queste politiche, tutte fondate sull'odio, sul razzismo. Continua a parlare alla pancia della gente, alle paure della gente”, sottolinea la senatrice Cucchi.  In video-collegamento è intervenuta la nipote Yossra Fakir.  “Sentir parlare la nipote della vittima per me è stato come rivivere un dolore – spiega la senatrice - Parlo da cittadina, perché se permettete io mi sento una cittadina, una cittadina che ha vissuto sulla propria pelle quello che sta per vivere questa famiglia. La vediamo già da adesso la macchina del fango.  Si comincia già a dire che è morto per colpa sua. Vi ricorda qualcosa? E quindi sappiamo benissimo cosa dovrà affrontare questa famiglia. Il ‘processo al morto’, come lo chiamo io, è già in piedi, già gli stanno attribuendo tutta una serie di reati che invece appartenevano a qualcun altro, ugualmente ucciso. Ma vi rendete conto?”.

“Per non parlare del fatto – prosegue la senatrice - che le prime indagini vengono eseguite dai colleghi dei presunti colpevoli… Su questo ho proposto un disegno di legge, perché credo sia una cosa abbastanza ragionevole,  e nemmeno troppo impegnativa, pensare di assegnare le inchieste sulla polizia ai carabinieri e viceversa. Non è che ci voglia la scienza. Eppure puntualmente assistiamo a queste cose. Non viene da sé la domanda che magari che si può avere un po' di difficoltà  a mettere sotto inchiesta un proprio collega? O ci pensa soltanto Ilaria Cucchi?”. “L'appello che sto lanciando in questo momento è a non fare finta di niente – spiega Cucchi - Non facciamo finta che è morto perché se l'è cercata, e non preoccupiamoci del fatto che nel momento in cui rivendichiamo verità e giustizia per questa persona potremmo essere accusati di essere il partito antipolizia. No, vorrei ricordare a tutti che nel momento in cui rivendichiamo il rispetto dei diritti noi ci battiamo anche per le forze dell'ordine.  Che non si faccia passare un concetto diverso, che non si strumentalizzi questa vicenda  e che si abbia il coraggio di assumersi ognuno le sue responsabilità. Qui stiamo parlando di un essere umano, di una vita, di una famiglia spezzata. Questa persona non tornerà mai più indietro, però è dovere di tutti noi dar voce a lui e alla sua famiglia, non abbandonarla”. 

“Voglio iniziare da un punto molto chiaro – ha detto da parte sua Yossra Fakir, nipote di Abderrahim Fakir, parlando in video-collegamento -. Noi come famiglia ci dissociamo completamente dagli scontri e dai disordini avvenuti in piazza.  Non siamo assolutamente d'accordo con queste forme di reazioni.  Bologna è la mia città, è la città dove sono nata e cresciuta e vederla così, vedere il centro storico maltrattato, a me e alla mia famiglia ci colpisce profondamente. Bologna non merita questo.  Non accettiamo che la memoria di mio zio venga macchiata da questi fatti. Il dolore che stiamo vivendo è enorme, ma non può e non deve trasformarsi in violenza, in alcun modo assolutamente. Oggi parlo come famigliare – aggiunge la ragazza -. Mio zio si chiamava Abderrahim. Non è un numero, non è un caso. È una persona con una vita e una famiglia che oggi chiede risposte. Quello che è successo non può essere ridotto a un errore, a uno sbaglio, a una fatalità. Quando una persona chiede aiuto, quando urla, qualcuno deve intervenire. E quando questo non accade, è giusto chiedersi il perché.  Noi vogliamo la verità, vogliamo capire che cosa è successo e vogliamo che vengano accertate le responsabilità. È una questione di giustizia e di rispetto. Chiediamo rispetto per mio zio, per la sua memoria e chiediamo rispetto anche per la nostra famiglia. La sua voce oggi non c'è più, ma la nostra sì. E continueremo a farci sentire finché non abbiamo risposte. Noi vogliamo giustizia”.

In video-collegamento anche l’avvocato  Fabio Anselmo, che rappresenta i familiari di Fakir: “Cosa posso dire? Che non abbiamo imparato niente. Non abbiamo imparato niente e non vogliamo imparare nulla”, le parole amare del legale, sottolineando come quella messa in atto su Fakir sia “una manovra che deve essere effettuata in casi estremi, e soprattutto deve essere immediatamente terminata laddove il soggetto, così come viene definito negli atti illustrativi o negli atti giudiziari,  non costituisca più pericolo per nessuno.  Questo non accade purtroppo quasi mai. È stato detto che sono state seguite le procedure, ma queste sono procedure di morte. Perché le morti sono troppe”. Sul caso di Riccardo Magherini del 2014  “la Corte europea dei diritti umani si è espressa a gennaio 2026 dicendo che l'immobilizzazione a terra non era necessaria, che mancavano linee guide e che mancano corsi di formazione per le forze di polizia. Le linee guida del Viminale del maggio di quest'anno lo ripetono chiaramente, queste manovre di immobilizzazione possono causare la perdita della vita di ogni persona,  e lo Stato è vincolato al diritto di vita e di integrità delle persone che sono sotto il suo controllo” sottolinea infine Ilaria Masinara di Amnesty International Italia. “E' necessario – aggiunge - fare verità e giustizia su quello che è successo,  è necessaria formazione per le forze di polizia perché non avvenga più”. (21 LUG - Roc)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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