di Paolo Pagliaro
C'è un debito che l'Italia sta accumulando senza accorgersene, ed è il costo del clima che cambia. Secondo un'analisi del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, realizzata con Deloitte , senza politiche di adattamento adeguate l'Italia rischia entro il 2050 un PIL inferiore fino a 6 punti percentuali rispetto a uno scenario senza danni climatici. È il primo studio che prova a mettere un numero preciso su questo rischio per le finanze pubbliche .
Il meccanismo è insidioso perché è indiretto: una crescita più debole aumenta meccanicamente il rapporto debito/PIL, riduce lo spazio fiscale disponibile e rende più complessa la gestione della sostenibilità del debito nel medio e lungo periodo. In pratica, il riscaldamento globale non colpisce solo fabbriche e campi: si trasforma in uno spread invisibile che raddoppia i rischi di rifinanziamento del debito pubblico.
Come nota Massimo Tavoni , autore dello studio, quello climatico è anche "un rischio sovrano", con impatti macroeconomici che si propagano alle finanze pubbliche agendo da fattore di stress su una vulnerabilità economica e fiscale già esistente. Non tutte le regioni pagano lo stesso prezzo: il Sud e l'Est del Paese restano i più esposti. I costi del cambiamento climatico — oggi pari a circa lo 0,5% del PIL — potrebbero salire fino al 7-8% a fine secolo . A pagare per primi saranno le infrastrutture, sempre più vulnerabili al dissesto idrogeologico, e i settori che vivono di clima mite: agricoltura e turismo, colpiti da ondate di calore, desertificazione e piogge sempre più anomale. Il conto del non fare potrà essere ridotto solo imboccando la strada dello sviluppo sostenibile disegnata dal Green Deal europeo. Il momento per farlo è adesso.
(© 9Colonne - citare la fonte)





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