“Qualsiasi aggressione contro l'Iran, comprese le nostre infrastrutture, provocherà una risposta forte e decisa”. Con questa avvertenza affidata ai canali social nella tarda serata di ieri, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha tracciato il perimetro di uno scontro che ormai ha ampiamente trasceso la dimensione militare per farsi guerra d'usura ideologica e politica. Le parole del capo della diplomazia di Teheran sono giunte al termine di una giornata in cui il presidente americano Donald Trump ha spinto la retorica della massima pressione alla quale ha purtroppo abituato tanto alleati che nemici, oltre i confini del diritto internazionale, evocando esplicitamente la distruzione di opere civili e nodi energetici di fronte all'incapacità di piegare sul campo la resistenza della Repubblica islamica.
LA DIPLOMAZIA DELLA MINACCIA E LA PARALISI DEL NEGOZIATO. Dopo due settimane di incursioni aeree e navali che non hanno scalfito l'architettura difensiva né la determinazione strategica di Teheran, l'inquilino della Casa Bianca si trova nell'empasse di un'escalation priva di sbocchi negoziali lineari. L'assenza di una netta superiorità militare ha indotto il tycoon a rimodulare il proprio concetto di diplomazia, trasformando il ricatto sulle infrastrutture critiche nello strumento primario di pressione politica. Ieri il presidente statunitense ha affermato che gli Stati Uniti pronti a “bombardare e distruggere un ponte o una centrale elettrica” per ogni imbarcazione presa di mira nello Stretto di Hormuz, giungendo a prefigurare raid anche nelle immediate vicinanze della capitale iraniana. L'innalzamento del livello di scontro verbale riflette una postura politica che lascia poco margine alla ripresa delle trattative multilaterali. Sugli schermi dell'emittente Fox News, il tycoon aveva già chiarito nei giorni scorsi la sostanza della sua visione coercitiva, dichiarando che le forze statunitensi avrebbero raso al suolo “tutti i ponti a meno che gli iraniani non si mettano al tavolo delle trattative”. Un'impostazione che le istituzioni della Repubblica Islamica interpretano non come un invito al dialogo, ma come un ultimatum irricevibile. A stretto giro è infatti arrivata la replica di un alto funzionario di Teheran, il quale ha avvertito che “se gli americani prenderanno di mira un ponte o una centrale elettrica iraniana, l'Iran risponderà colpendo infrastrutture e ponti in tutta la regione, compresi gli impianti energetici in cui gli Stati Uniti hanno interessi”.
LA DODICESIMA NOTTE DI ATTACCHI E IL BLOCCO MARITTIMO. Sul campo di battaglia, la contrapposizione diretta prosegue senza soluzione di continuità. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha reso noto oggi di aver completato la “nuova serie di attacchi contro l'Iran per la dodicesima notte consecutiva”, concentrando i raid contro risorse navali, depositi di vettori missilistici, droni, stazioni di sorveglianza costiera e batterie di difesa aerea. Secondo la versione fornita dalle autorità militari americane, tali azioni servirebbero a indebolire la capacità dell'Iran di colpire il traffico commerciale nelle rotte strategiche del Golfo. Nell'ambito delle operazioni di blocco marittimo ripristinate nell'ultimo mese, il Centcom ha dichiarato di aver intercettato nove navi mercantili e di averne disabilitata una per impedire i collegamenti da e per i porti iraniani. Da parte sua, la leadership militare della Repubblica Islamica ha risposto riaffermando la sovranità sulle vie d'acqua commerciali. Oggi le Guardie Rivoluzionarie hanno annunciato di aver bloccato tre petroliere che tentavano il passaggio nello Stretto di Hormuz. Stando alle ricostruzioni diffuse dalle forze di Teheran, una delle imbarcazioni sarebbe esplosa dopo aver imboccato un varco minato nella parte meridionale dello stretto, costringendo le altre due a invertire la rotta. I Pasdaran hanno ribadito che il braccio di mare rimarrà “completamente chiuso finché gli Stati Uniti continueranno le loro azioni nefaste nella regione”, aggiungendo che “nessuna petroliera potrà entrarvi o uscirne, e qualsiasi nave ingannata dagli Stati Uniti che tenti di attraversarlo senza il coordinamento con la Repubblica Islamica dell'Iran subirà la stessa sorte”.
L'ALLARGAMENTO DEL CONFLITTO NEL MAR ROSSO E NEI PAESI DEL GOLFO. Il perimetro della crisi si sta progressivamente estendendo ben oltre i confini del territorio iraniano, andando a intaccare gli equilibri di sicurezza dell'intera Penisola Arabica e minacciando di aprire nuovi fronti di combattimento. Ieri le milizie Houthi dello Yemen, alleate di Teheran, hanno proclamato il blocco navale contro le rotte commerciali di Riad, rivendicando il successivo attacco contro due impianti petroliferi marittimi nel Mar Rosso. La conferma della gravità della situazione è arrivata dalle autorità dell'Arabia Saudita, le quali hanno riferito che la nave Encelia, di proprietà di una compagnia del Regno, è stata colpita e che ha dovuto far fronte a un incendio a prua al largo di Al Shuqaiq. Fortunatamente, l'equipaggio dell’imbarcazione è stato tratto in salvo. Al contempo, la pressione militare iraniana continua a scaricarsi sui paesi confinanti che ospitano asset strategici occidentali. Le forze armate del Kuwait hanno confermato oggi che i propri sistemi di difesa aerea sono entrati in azione per contrastare un'incursione di droni ostili diretta verso il territorio nazionale, invitando la popolazione a non allarmarsi per le esplosioni ad alta quota dovute all'intercettazione dei velivoli senza pilota. In questo clima di forte tensione, Teheran ha inoltre respinto le accuse riguardanti il presunto sito nucleare sotterraneo del Monte Pickaxe, sostenendo che Washington stia utilizzando questo pretesto per giustificare un eventuale bombardamento sulle proprie infrastrutture atomiche.
IL PESO POLITICO DEI CADUTI E IL COSTO UMANO DELLA CRISI. Mentre lo scambio di ritorsioni rischia di mandare in cortocircuito la stabilità dei mercati energetici globali, il costo umano del conflitto comincia a riflettersi sull'agenda interna della Casa Bianca. Il presidente americano Donald Trump ha presenziato ieri alla solenne cerimonia di trasferimento delle salme di quattro militari statunitensi caduti nel corso delle recenti operazioni nella regione. Sottolineando la gravità del momento di fronte alle famiglie dei soldati, il leader di Washington ha descritto il rito di accoglienza delle salme come “una delle cose più difficili da fare per un presidente”. L'evento mette a nudo la profonda contraddizione dell'attuale fase della politica estera americana. Nel tentativo di proiettare un'immagine di forza incrollabile attraverso la minaccia di attacchi devastanti sulle infrastrutture avversarie, l'amministrazione statunitense si trova a dover gestire le ripercussioni interne dei primi caduti in una campagna militare dall'esito incerto. La retorica dell’“occhio per occhio” sventolata da Araghchi e la strategia della rivalsa a tutto campo ventilata dalla Casa Bianca sembrano così allontanare la prospettiva di un cessate il fuoco, lasciando il Golfo Persico in balia di un'escalation che nessuno dei due contendenti appare al momento in grado di dominare. (23 LUG – deg)
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