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Verso le elezioni
in un clima tossico

Verso le elezioni <br> in un clima tossico

di Paolo Pombeni

I tempi pre-elettorali sono per definizione propizi ad una impennata della demagogia, ma quando si sposano con fasi di grande crisi della politica gli argini che la contengono nei limiti della patologia dei mezzi di mobilitazione franano. Lo si sta vedendo molto chiaramente in questo momento con il parossismo a cui si è arrivati nella vicenda della richiesta di grazia a furor di popolo per il gioielliere Roggero condannato dopo tre gradi di giudizio per aver ucciso due rapinatori e cercato di farlo anche con un terzo membro della banda quando questi ormai stavano fuggendo dal suo negozio che avevano assaltato.
L’episodio era il tipico caso di cronaca che muove i sentimenti popolari più istintivi: si tratta di un uomo che, dopo essere stato non solo oggetto di aggressione personale ed essere stato testimone di pesante violenza contro la moglie e la figlia, aveva deciso di farsi giustizia da sé. Di conseguenza una quota robusta dell’opinione pubblica, scossa dal montare di violenza nella vita di tutti i giorni e dalla relativa capacità o possibilità delle forze di polizia di colpirla, si schierava istintivamente dalla parte di chi l’aveva fatta pagare ai delinquenti. Naturalmente un simile sentimento non trovava accoglienza nelle aule di giustizia dove peraltro, a dispetto delle leggende diffuse da vari politici, a Roggiero è stata comminata, come ha documentato sul “Foglio” il penalista Giandomenico Caiazza, una pena ridotta rispetto a quanto previsto dal codice penale che per l’omicidio è di non meno di 21 anni.
Lo sfruttamento veramente demagogico di questa vicenda è da manuale. L’aver montato una richiesta anomala e tecnicamente impossibile di grazia a favore di un condannato che non ha ancora sopportato un tempo minimo di carcere, che non versa in precarie condizioni di salute, ecc. è fatta non per ottenere il provvedimento di clemenza, ma per rendere impossibile che sia adottato: in queste circostanze comprometterebbe gli equilibri costituzionali fra i poteri dello stato, minerebbe il ruolo del Presidente della Repubblica, manderebbe un messaggio di disfacimento del nostro sistema di amministrazione della giustizia e di sudditanza alle pulsioni primordiali della popolazione.
Tutto ciò andrebbe valutato da politici che fossero responsabili rispetto a quanto è richiesto dalle loro posizioni, mentre domina ormai la rincorsa a guadagnarsi pugni di voti senza guardare non diremmo per il sottile, ma neppure all’ingrosso ai guai che innesca questa resa generalizzata al populismo deteriore. Naturalmente respingiamo nel modo più assoluto che ci si comporti così in nome di un qualche ossequio alla volontà popolare. Se ci fosse questo sentimento o questa forma di attenzione, per quanto discutibile, non ci si sarebbe arresi alla rimozione del meccanismo delle preferenze nel predisporre la riforma della legge elettorale. Tutte le rilevazioni demoscopiche dimostrano infatti che la gente è più che favorevole ad avere restituito il proprio diritto ad intervenire nella scelta dei propri rappresentanti in parlamento. Non si dica che le preferenze sono state bocciate con un colpo di mano da una trentina o cinquantina di franchi tiratori: già il testo respinto aveva previsto, come abbiamo già scritto, la riduzione ad una pura occasione marginale quella possibilità di scelta annegandola in un gioco pasticciato di candidature bloccate e di possibilità di pluricandidature.
Purtroppo è anche nel tentativo di recuperare in maniera balorda la delusione dell’elettorato verso la politica che i partiti si rifugiano sempre più nella demagogia: in maniera sguaiata e irresponsabile come fanno Salvini e i suoi vari sodali, in maniera più sofisticata come fa Conte sulla politica di difesa (se investiamo per la difesa, uccidiamo sanità e scuola), o come fanno tutti quelli che stanno riducendo il confronto politico ad una contrapposizione di slogan altisonanti senza vere proposte di cambiamento.
Continuare il confronto per il tempo non breve che ci separa dalle urne nazionali gestendo il clima tossico che si va imponendo più che preoccupare, va venire i brividi. La piega che sta prendendo il conflitto in Iran e nella questione palestinese non dovrebbe consentire ad una classe politica minimamente degna di questo nome di sottovalutare i rischi connessi all’implementazione della demagogia. Proprio perché stiamo parlando di guerra, si dovrebbe essere coscienti che anche nelle lotte elettorali funziona in parte allo stesso modo: se una parte mette in campo strumenti di un certo tipo, è quasi impossibile che l’altra non risponda ricorrendo a qualcosa di simile, anzi non finisca per cercare di renderli più performanti, aprendo una spirale al peggio che sarà molto difficile fermare.
Tutto è complicato anche dalle lotte intestine che attraversano le due coalizioni che si preparano ad affrontarsi nella sfida per ottenere il famoso premio di maggioranza previsto dalla riforma della legge elettorale. Lungi dal compattarle, al momento le nuove norme previste le stanno disgregando in una lotta per la leadership nei rispettivi due campi. Si dice che ciò dipenda dall’imprevisto sorgere di populismi demagogici in nuove formazioni ai loro margini, ma è vero il contrario: ciò accade proprio perché in entrambi i campi manca il leader capace veramente di guidarli e di attrarre a sé quote determinanti della pubblica opinione (che non a caso è sempre più frammentata in correnti e lobby e di conseguenza disorientata al massimo).
(da mentepolitica.it)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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