di Paolo Pagliaro
Dice la Costituzione, all’articolo 53, che il sistema tributario si ispira al principio di progressività: più alto è il reddito, maggiore sarà l’imposta da pagare. In realtà accade il contrario. In realtà il fisco italiano premia i più ricchi.
Il 7% dei cittadini più abbienti paga infatti un'aliquota effettiva inferiore a quella del restante 93% dei contribuenti. Si trasforma così la natura del sistema fiscale, che da progressivo diventa addirittura regressivo.
Lo dimostra una ricerca – pubblicata ieri - della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa e dell'Università di Milano-Bicocca, che ha utilizzato i nuovi dati della Banca d'Italia sulla distribuzione della ricchezza.
All’origine di questa palese violazione del patto sociale e della Costituzione c’è la bassa tassazione dei rendimenti patrimoniali: l'aliquota effettiva per i più ricchi si ferma al 32,6%, contro il 45% circa versato da un lavoratore dipendente della classe media. Lo studio non si limita a fotografare il problema, ma simula tre scenari di riforma: un sistema di tassazione unificato tra redditi da lavoro e da capitale, l'introduzione di imposte differenziate tra le due categorie, e interventi mirati solo sulla tassazione ottimale del capitale.
Dalla Spagna alla Norvegia, sono molti i paesi in cui le imposte patrimoniali progressive riducono le disuguaglianze e le ingiustizie fiscali. Ma da noi la parola “patrimoniale” è considerata una bestemmia e, al solo sentirla nominare, la classe media è pronta a salire sulle barricate, purtroppo contro se stessa.





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