Il CENSIS, nel suo rapporto annuale sullo stato del Paese di due anni fa, con profetica lungimiranza, chiudeva la sua analisi con la seguente preoccupante constatazione: “Alcuni processi economici e sociali largamente prevedibili nei loro effetti sembrano rimossi dall’agenda collettiva del Paese, o comunque sottovalutati. Benché il loro impatto sarà dirompente per la tenuta del sistema, l’insipienza di fronte ai cupi presagi si traduce in una colpevole irresolutezza nel fronteggiarli con efficacia, per prevenire, per quanto è possibile, quelli che si annunciano come probabili collassi. A poco servono gli ottimismi di facciata, i richiami allo stellone italiano, l’evocazione rituale delle nostre antiche virtù. Anche l’attribuzione di ogni responsabilità al ceto politico e alle istituzioni da parte della “maggioranza silenziosa” nasconde di fatto una deresponsabilizzazione collettiva. La società italiana sembra così affetta da un sonnambulismo diffuso, in un sonno profondo del calcolo raziocinante che servirebbe per affrontare dinamiche strutturali, di lungo periodo”. Era la rappresentazione plastica di un Paese completamente fermo, con una altissima percentuale di “lavoro povero” (salari dal 1990-2024 media OCSE +35%, Italia -1,6%) e una non bassa percentuale di “lavoro nero”, che oggi risulta ancor più aggravata.
È verosimile pensare che rientrasse nelle analisi del Censis anche il ruolo strategico dell’istruzione tecnica, quale volano di sviluppo sia economico che sociale, anch’essa nella sostanza “rimossa dall’agenda collettiva del Paese – a partire da quella politica orientata a ben altre priorità incomprensibili – per effetto del sonnambulismo diffuso”. E questa fu la ragione per cui nella prefazione del mio libro, “Ricostruire l’istruzione tecnica. Ultima chiamata per rimanere la seconda manifattura in Europa, salvare la nostra economia e preservare il nostro welfare”, ne feci esplicito richiamo. Ma tale rapporto stimolò anche le raccomandazioni di due autorevoli esponenti politici, Romano Prodi e Mario Draghi, tra i pochi a considerare essenziale una seria riforma dell’istruzione tecnica per il rilancio del sistema economico e imprenditoriale italiano. Raccomandazioni finora rimaste disattese. Invece, dai riscontri ricevuti, le nostre osservazioni hanno suscitato l’attenzione degli addetti ai lavori, a partire dalla più importante e qualificata rivista del mondo della scuola, “Tuttoscuola”, che nella sua ultima newsletter del 20 luglio scorso, oltre a condividere le nostre riflessioni, ha accolto con grande interesse anche la proposta di un Libro bianco sull’istruzione tecnica e professionale, dichiarandosi altresì disponibile a sostenere l’iniziativa e a collaborare operativamente alla sua stesura.
Sulle nostre riflessioni e proposte, non ci resta, dunque, che attendere un eventuale riscontro del Ministro Valditara, con cui ci siamo permessi costruttivamente di interloquire, seppure in modo virtuale.
Tuttavia, non sfugge che tra un mese inizia il prossimo anno scolastico e per i nostri istituti tecnici e professionali quinquennali criticità e incertezza, per non dire confusione, continuano a regnare, rendendo sempre più aleatorie le aspettative di un cambiamento reale e sensato per il futuro di questo strategico segmento ordinamentale.
Va ancora ribadito, a costo di essere ripetitivi, che contrariamente a quanto sostiene il Ministro nelle sue interviste, il declino dell’istruzione tecnica non è il frutto di un pregiudizio diffusosi incomprensibilmente nell’immaginario collettivo, bensì l’esito di un lungo processo di progressiva perdita di identità di questo segmento del sapere, in gran parte causato da scelte politiche, del passato e attuali, prive di visione e inadeguate.
La mancanza di attrattività dipende da molteplici errori: assenza di visione, riduzione dell’orario complessivo dei piani di studio, l’indebolimento degli apprendimenti, la confusione tra percorsi che sono e devono rimanere distinti e la distanza crescente tra scuola, trasformazioni economiche e sociali e aspettative dei giovani.
Per questo non basta correggere la percezione delle famiglie, ma prima ancora la realtà che ha contribuito a produrla.
Non confondiamo, poi, la dignità degli studenti con l’uguaglianza dei percorsi. Il Ministro ha affermato che non dovremmo più distinguere tra licei, istituti tecnici e professionali, perché le intelligenze sono molteplici e tutte hanno pari dignità. Sul valore delle persone non vi è alcun dubbio: ogni studente merita rispetto, opportunità e una formazione capace di valorizzarne le inclinazioni. Ma la pari dignità degli studenti non significa che i percorsi siano oggi equivalenti nella qualità degli apprendimenti, nel rigore degli studi e nelle possibilità offerte. Proprio perché tutte le intelligenze hanno pari dignità, ogni percorso dovrebbe garantire qualità, rigore e reali possibilità di crescita ed essere coerentemente funzionale alla complessiva formazione della governance operativa del Paese.
Il recente confronto tra Ministero e sindacati si è concentrato solo sulle modifiche dei quadri orari e sul rischio di esuberi tra i docenti. Sono questioni legittime, ma non possono rappresentare il cuore della riforma. L’istruzione tecnica quinquennale è una leva strategica per il futuro del Paese, che oggi e lo ripetiamo è completamente e pericolosamente fermo. Riguarda, come più volte scritto, la competitività della seconda manifattura europea, la formazione delle professionalità necessarie alle imprese, l’occupazione giovanile e la costruzione del futuro dei nostri giovani mitigando e riducendo il fenomeno della loro migrazione verso l’estero, incide sulla sostenibilità del nostro sistema economico e sociale. Eppure, proprio nel momento in cui sarebbe necessaria una visione complessiva, la cosiddetta riforma dell’istruzione tecnica quinquennale, oscurata e accantonata invece dalla 4+2, appare congelata e il dibattito si riduce alla distribuzione delle ore e alla salvaguardia degli organici.
L’istruzione tecnica del passato non era una scuola di serie B, lo è diventata, ma aveva una sua precisa identità. Oggi questa identità è irriconoscibile e va immediatamente ricostruita. Le famiglie non scelgono soltanto sulla base di stereotipi. Valutano la reputazione delle scuole, la qualità dell’offerta formativa, la spendibilità del diploma e le possibilità di prosecuzione degli studi. Che cosa ha fatto il sistema scolastico per rendere meno credibile l’istruzione tecnica? Non abbiamo bisogno di rappresentazioni che mistificano la realtà, che raccontano di esiti futuri perlomeno dubbiosi, anche perché non basati, con l’uso di metodologie appropriate, su evidenze oggettivamente riscontrabili. Abbiamo bisogno di riconoscere e rimuovere i punti di criticità, che non sono pochi, e semmai trasformare i rischi in possibili opportunità, applicando alla riforma dell’istruzione tecnica la grammatica che si usa nella pianificazione dei processi di cambiamento. Allora che si faccia in fretta il libro bianco, o anche solo un prodromico libro verde, ma si metta per iscritto e con chiarezza la visione strategica, quale istruzione tecnica occorre alla seconda manifattura d’Europa, in quale contesto economico e sociale deve operare, quali sono i saperi indispensabili per la governance operativa del Paese, come tutto questo si deve realizzare nelle sue strutture portanti e nelle differenti e articolate offerte formative, ma non con uno spezzatino di provvedimenti frammentati e irrilevanti, bensì con approccio sistemico e integrato.
Si inizi almeno a scrivere, anche in forma preliminare, i contenuti dei capitoli delle parti principali. Tutto ciò avrebbe perlomeno il pregio di uniformare e condividere una visione e una nuova identità. Si ricorra al CNEL, ne ha le competenze e l’autorevolezza, insieme a un nucleo ristretto di volenterosi esperti che sarebbero disponibili da subito a contribuire. Non occorrono tempi biblici, tutto può essere fatto in poche settimane.
Il quinquennio dell’istruzione tecnica, soprattutto l’indirizzo industriale, infatti, non può diventare il “percorso dimenticato”, sarebbe un pessimo e pericoloso messaggio, pensiamo all’imbarazzo di chi dirige quelle scuole, come potranno orientare famiglie e studenti in vista delle prossime iscrizioni.
La filiera tecnica professionale, c.d. del 4+2, non è, e non può essere la riforma dell’istruzione tecnica, ancorché gli si possa riconoscere una sua possibile funzione d’uso come potenziamento della formazione e dell’addestramento professionale. Chi sostiene il contrario, dovrebbe argomentare con maggior precisione la propria favorevole opinione, mostrarci gli indicatori di misurazione di quelli che vengono magnificati come i risultati attesi e illustrarci con chiarezza gli impatti economici e sociali che ne conseguiranno.
Invero, già la legge 121/2024, istitutiva della filiera, nel definirne la finalità ultima, appare superficiale, se non apodittica, quando afferma che la riforma deve “rispondere alle esigenze educative, culturali e professionali delle giovani generazioni e alle esigenze del settore produttivo nazionale secondo gli obiettivi del Piano nazionale Industria 4.0”. Si tratta di un’affermazione per un verso generica e insignificante, priva di contenuto e, per altro verso, persino anacronistica. Certamente, sul piano programmatico, non mi pare un costrutto tale da giustificare da parte di alcuni, affermazioni dal tenore eccessivamente enfatico come quelle rilasciate anche di recente agli organi di stampa, secondo cui saremo in presenza “di una riforma incisiva che non è mai stata fatta prima”. Ci torneremo ancora.
Più ragionata e aderente alla realtà quanto, invece, scrive “Tuttoscuola”, quando segnala l’urgenza di intervenire per “avere una più chiara distinzione tra gli IT e i percorsi 4+2: quinquennali i primi, quadriennali (+2) i secondi con un diploma alla fine del quarto anno non equivalente alla maturità, quindi non utile per l’iscrizione all’università, sottolineando che è stato un errore stabilire questa equivalenza perché svaluta il percorso quinquennale e consente di iscriversi all’università giovani con preparazione insufficiente”. Una raccomandazione a mio avviso importantissima per non aggravare ulteriormente il deficit di apprendimenti in uscita dal secondo ciclo, confermato anche dalle ultime rilevazioni INVALSI.
Eppure, la comunicazione ministeriale, erroneamente e a rischio di grande confusione, è concentrata quasi interamente sul quadriennio. Il rischio è evidente: il percorso sperimentale viene presentato come il futuro, e non lo è, mentre il quinquennio frequentato dalla grande maggioranza degli studenti rimane sullo sfondo, e non dovrebbe: l’esito di una riforma dell’istruzione tecnica al contrario.
I diversi segmenti del sistema — istruzione tecnica, istruzione professionale, 4+2, formazione professionale regionale, ITS e università — hanno ciascuno una funzione specifica importante, ma non sono sovrapponibili e intercambiabili, confonderli non solo è dannoso, ma sottovaluta il fatto che in questo settore l’asse portante di tutto il sistema formativo è l’istruzione quinquennale.
Sempre per stare sul concreto, richiamo anche l’altra misura che ho proposto da attivare nell’immediato per arginare questa spirale negativa, la creazione dell’istituto tecnico del machinery del made in Italy, con due diverse curvature, quella tecnica e quella economica, che aggiornerebbe e renderebbe molto più attrattivo l’indirizzo della meccatronica.
Si è invece preferito puntare su un insignificante Liceo del made in Italy, sostanzialmente ignorato dalle famiglie e dagli studenti (0.14% del totale degli iscritti delle scuole superiori), disconoscendo il fatto che la parte preponderante, e con un grande potenziale di crescita, del nostro export è la cosiddetta meccanica strumentale, meglio identificata oggi con la definizione di “machinery del made in Italy”.
Il piano di studio che ne dovrebbe conseguire, anche in questo caso, lo si potrebbe costruire in pochissimo tempo, e sarebbe una leva straordinaria per conferire al nostro sistema economico, che tra l’altro boccheggia sotto l’effetto dei dazi trumpiani e di alcune crisi strutturali industriali, una immediata ed efficace spinta all’ esportazione.
Si pensi solo all’incombente crisi del settore della ceramica, certamente uno dei settori maturi come quello dell’elettrodomestico, che vedono affacciarsi all’orizzonte nuovi e più convenienti competitors. Laddove va in crisi il prodotto finale bisogna ricorrere alla vendita del machinery che lo produce. E questo machinery, ampiamente diversificato per le differenti tipologie produttive, è ancora un punto di forza del portfolio prodotti della nostra economia industriale, ma servono competenze adeguate a renderlo attrattivo e funzionante.
(da valsassinanews.com )





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