Dar es Salaam - La vulnerabilità educativa non coincide solo con un voto basso o con una difficoltà in una materia. È un insieme di condizioni che si accumulano: la famiglia in cui si nasce, il quartiere in cui si cresce, la scuola che si frequenta. Disuguaglianze che cominciano prima ancora che una bambina e un bambino possano scegliere. Eppure, questi divari non sono immutabili: nelle scuole primarie di Dar es Salaam, in Tanzania, interventi mirati di recupero scolastico hanno prodotto miglioramenti significativi nell’apprendimento. È quanto emerso dal progetto di cooperazione "Uguaglianza delle opportunità educative: interventi di recupero educativo in Tanzania", finanziato nell'ambito del bando Unibo Global South 2024 e coordinato dal professor Giuseppe Pignataro, docente del dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Bologna. Il progetto ha integrato attività di ricerca e interventi sul campo, inserendosi nella più ampia iniziativa PRT – Pamoja Tudumishe Elimu, finanziata da Education Above All (EEA) e realizzata dall’ONG WeWorld. Il team dell’Alma Mater, che include anche i professori Fedele Greco del dipartimento di Scienze statistiche e Massimo Marcuccio del dipartimento di Scienze dell’educazione, ha integrato competenze quantitative e pedagogiche, combinando formazione degli insegnanti, materiali didattici adattati al contesto locale e remedial classes per le alunne e gli alunni con maggiori difficoltà. Complessivamente sono stati analizzati i risultati scolastici e le condizioni sociali e familiari di quasi 6.000 bambine e bambini in dieci scuole primarie. Circa il 90% presentava almeno una condizione di vulnerabilità, tra cui povertà, orfanezza, disabilità o difficoltà di frequenza scolastica. L’analisi, basata su rilevazioni semestrali nelle discipline di inglese, kiswahili, matematica e scienze, ha mostrato miglioramenti in tutte le materie, con risultati particolarmente significativi in matematica, dove le studentesse e gli studenti coinvolti presentavano le maggiori difficoltà iniziali. Le remedial classes, rivolte alle studentesse e agli studenti più esposti al rischio educativo, hanno coinvolto 2.233 alunne e alunni nel 2024 e 2.165 nel 2025. Di questi 1.531 hanno partecipato in entrambi gli anni, mostrando che il supporto continuativo non è solo auspicabile ma concretamente praticabile. I questionari rivolti a studentesse e studenti restituiscono, inoltre, un quadro lontano dagli stereotipi. Molti bambini e molte bambine esprimono il desiderio di studiare, costruire un futuro professionale e apprendere in ambienti più inclusivi. L’insuccesso scolastico, in questi contesti, non nasce dalla mancanza di motivazione, ma dalla difficoltà di trasformare quel desiderio in apprendimento quando mancano tempo, supporto, continuità e condizioni favorevoli. La ricerca evidenzia anche il ruolo centrale degli insegnanti. Gli interventi di recupero risultano più efficaci quando sono accompagnati da percorsi di formazione e da metodologie che permettono di individuare precocemente le difficoltà di apprendimento. “I divari possono ridursi quando vengono riconosciuti tempestivamente, quando il supporto è mirato, quando gli insegnanti sono accompagnati e quando la scuola dispone di dati utili per capire dove intervenire - conferma Pignataro - Il recupero scolastico dovrebbe diventare una componente ordinaria di una scuola capace di vedere prima chi rischia di restare indietro, e di restituire a quei bambini non solo accesso all’aula, ma condizioni reali per imparare”. (9colonne)
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