di Paolo Pagliaro
Gianni Infantino, presidente della Fifa, vuole trasformare il calcio moltiplicando le grandi competizioni internazionali, a partire dal nuovo Mondiale per club, condividendone la gestione con società private e cambiando le regole del gioco. Dovremmo avere, per dirne una, 4 tempi invece che 2 perché così si potrebbero raddoppiare anche gli introiti pubblicitari. L’obiettivo è fare del calcio un prodotto globale dell'intrattenimento, capace di attrarre fondi, sponsor e grandi investitori.
È in questa prospettiva che va letto il conflitto con l’ UEFA, la federazione europea. In gioco non c'è soltanto il controllo del calcio mondiale, ma il confronto tra due modi profondamente diversi di concepire il governo della globalizzazione.
Gli Stati Uniti sono diventati il perno della strategia di Infantino perché – come abbiamo potuto apprezzare in occasione dei recenti Mondiali di calcio e di kitch- rappresentano il laboratorio ideale di uno sport concepito come grande business globale.
La contrapposizione richiama quella che oggi attraversa i rapporti tra Washington e Bruxelles, perché mette a confronto due diverse idee dell'ordine internazionale.
L'Europa continua a pensare che anche i mercati globali abbiano bisogno di istituzioni, regole e contrappesi. E’ logica che ispira la regolamentazione dell'intelligenza artificiale, la disciplina delle grandi piattaforme digitali, il tentativo di tassare in modo più equo le multinazionali. L'idea di fondo è quella di mondo nel quale le regole non si adattano agli interessi dei soggetti più forti.
Il calcio europeo difende i campionati nazionali, il ruolo delle federazioni, il radicamento territoriale dei club, il principio del merito sportivo e un sistema di pesi e contrappesi che limita la concentrazione del potere. È la stessa impostazione che qualche anno fa portò all’affossamento di una Superlega riservata solo a poche elette, sempre le stesse.
Per questo la polemica tra FIFA e UEFA merita un posto nelle pagine di politica oltre che in quelle di sport.





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