di Paolo Pagliaro
Ogni regime, ma anche ogni governo, tende a costruire un sistema di protezione sociale coerente con le proprie istanze ideologiche e politiche. E’ con questa lente che andrà letta anche la prossima legge di bilancio, l'ultima prima delle elezioni. Una manovra che si muoverà tra i vincoli europei e la necessità di raccogliere consensi nel miglio finale della legislatura. Parlano a elettorati ampi, visibili e organizzati misure come sgravi Irpef, flessibilità pensionistica, incentivi alla natalità, tagli al cuneo fiscale. Non votano in massa, non hanno una rappresentanza sindacale forte, e non riempiono le piazze – invece - i beneficiari dell'Assegno di Inclusione, le persone non autosufficienti e i loro familiari, i richiedenti asilo.
Se aumenterà le risorse per asili nido, salute mentale, assistenza domiciliare e scuola, lo Stato ci dirà che considera quei beni parte della cittadinanza. Se invece concentrerà la spesa su trasferimenti temporanei, incentivi settoriali o misure emergenziali, bonus e una tantum (mai così frequenti come negli ultimi anni) , comunicherà un'altra idea del rapporto tra Stato e cittadini. Su Aggiornamenti Sociali, la rivista dei Gesuiti, il sociologo Massimo Campedelli osserva che le politiche educative, sanitarie, assistenziali e abitative permettono di capire come si struttura il potere in una determinata fase storica.
Dunque qualcosa ci dice dei nuovi poteri il fatto che sia stato tagliato di 267 milioni il Fondo nazionale per la lotta alla povertà e che secondo una recente ricerca Ipsos tra le persone che si occupano a tempo pieno di un familiare malato quasi 8 su 10 lamentano stress e problemi psicofisici, 7 vedono compromesse le relazioni sociali, 6 hanno difficoltà economiche, mentre la misura più richiesta — cioè un sostegno economico diretto — resta la meno finanziata.





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