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direttore Paolo Pagliaro

ADDIO A GUCCINI,
IL CANTAUTORE
DI TANTE GENERAZIONI

ADDIO A GUCCINI, <br>IL CANTAUTORE <br>DI TANTE GENERAZIONI

“Spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato" cantava in una delle sue canzoni più belle e più celebri, Cyrano. Eppure ad amarlo erano e sono in tantissimi: Francesco Guccini è morto all’età di 86 anni nella sua Pàvana. Interprete per eccellenza della nostra tradizione cantautorale, Guccini ha rappresentato anche di più nella cultura italiana del dopoguerra. “E’ stato considerato a lungo il cantautore ‘politicizzato’ per eccellenza, un giudizio a cui hanno di certo contribuito le risonanze che si sono sempre colte fra le parole delle sue canzoni e le vicende e le occasioni storiche e politiche di decenni cruciali della vita civile – si legge sul suo sito ufficiale - L’impegno politico di Guccini consiste in realtà nel suo modo di raccontare storie particolari elevandole a significati generali, per non dire universali. Politico è Guccini anche nel suo perenne invito al dubbio, alla possibilità di osservare la realtà e il mondo da un altro punto di vista, come rivela anche il ricorso frequente all’ironia e all’autoironia, che sono fra le caratteristiche più costitutive e interessanti della sua fisionomia d’artista”. Francesco Guccini nasce a Modena il 14 giugno 1940, ma a causa della guerra trascorre l’infanzia e parte dell’adolescenza nel paese dei nonni paterni, Pàvana, località dell’Appennino pistoiese al confine con il territorio bolognese. Nel 1961 si trasferisce con la famiglia a Bologna e si unisce ad un gruppo di musica da ballo (I Marinos diventati poi I Gatti); continua a suonare fino al 1962, quando è costretto a partire per il servizio militare. Al ritorno, nell’ottobre del 1963, decide di tornare a studiare all’Università, Facoltà di Magistero con indirizzo in Materie Letterarie, rinunciando così ad entrare a far parte dell’Equipe 84. La carriera come cantautore avrà però il sopravvento, portando Francesco Guccini alla realizzazione di 16 album in più di quarant’anni di attività. Il vero salto artistico e qualitativo arriva nel 1972 con Radici. Il filo conduttore dell’album è l’eterna ricerca delle proprie radici, testimoni della continuità della vita. Tra i brani più noti si segnalano Radici, Piccola città, Incontro, Canzone dei dodici mesi, Canzone della bambina portoghese, Il vecchio e il bambino e la mitica Locomotiva, il brano che per molti anni ha chiuso ogni suo concerto.

Il successo commerciale arriva nel 1976. È l’anno di Via Paolo Fabbri 43, disco che entusiasma e commuove: L’avvelenata sputa rabbia e orgoglio e risponde alle contestazioni subite in quegli stessi anni da altri cantautori e alla critica, mossa dal giornalista Riccardo Bertoncelli, al disco Stanze di vita quotidiana; Piccola storia ignobile racconta il dramma dell’aborto; Via Paolo Fabbri 43 è un blues che rievoca le notti bolognesi e le atmosfere dell’epoca. Nel 2012, a quasi 9 anni di distanza dal precedente Ritratti, viene pubblicato l’ultimo album in studio di Francesco Guccini: “L’Ultima Thule”. Con queste canzoni (tra le altre, Canzone di notte n.4, L’Ultima volta, Il testamento di un pagliaccio) incise a Pàvana nel Mulino dei nonni, Francesco Guccini dichiara di volersi congedare dalla sua professione di cantautore. Non mancano però, negli anni successivi, collaborazioni con altri artisti. All’attività musicale, Guccini affianca quella della scrittura: nel 2019 pubblica Tralummescuro che viene inserito tra i cinque libri finalisti al Premio Campiello. “Ma ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione, e il peccato fu creder speciale una storia normale”, cantava in Farewell, una delle sue canzoni più malinconiche. Ma certo, la storia di Guccini non passerà: e a noi, come cantava nella Locomotiva, “piace pensarlo ancora dietro al motore, mentre fa correr via la macchina a vapore, e che ci giunga un giorno ancora la notizia, di una locomotiva, come una cosa viva, lanciata a bomba contro l'ingiustizia”. (roc)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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