Il Museo dell'Immigrante Italiano "Manuel Belgrano" di Buenos Aires ha lanciato una campagna di raccolta donazioni aperta a documenti, fotografie e oggetti personali legati all'esperienza migratoria in Argentina. Ogni contributo viene formalmente registrato con il rilascio di un certificato al donatore. "Ciò che cerchiamo è raccogliere gli oggetti insieme al valore immateriale che essi racchiudono. In realtà, non cerchiamo oggetti di valore economico, ma tutto il contrario: cerchiamo generalmente ricordi di famiglia, oggetti che parlino di una storia", spiega Fernando Martin, curatore del Museo. "A noi interessa la vicenda umana dietro ogni pezzo e il motivo per cui è stato conservato così a lungo". Il materiale confluisce nelle visite guidate per istituti primari e secondari. "Riceviamo molti istituti che vengono per approfondire i temi dell'immigrazione e dell'integrazione, analizzando come le diverse ondate migratorie si siano integrate in Argentina fino ai giorni nostri", aggiunge Martin. Quando vengono ricevuti oggetti come fotografie, piccoli strumenti o attrezzi da lavoro, il museo registra la testimonianza orale del donante e genera un codice QR. "Scansionando il codice vicino all'oggetto, il visitatore può ascoltare la storia raccontata direttamente dalla voce della famiglia a cui è appartenuto. Questo processo ha anche il valore aggiunto di preservare i dialetti italiani, poiché molti donanti usano termini dialettali ormai in disuso a Buenos Aires", precisa il curatore. Il museo si trova attualmente presso il Circolo Albidonese, ma lo spazio risulta insufficiente per la quantità di donazioni ricevute. La campagna prevede l'acquisizione di passaporti, atti di nascita, lettere, diari di viaggio, diplomi, ritratti familiari, fotografie di viaggio e documenti di riunioni comunitarie. Vengono accettati anche strumenti di lavoro, bauli, valigie, utensili da cucina, abiti d'epoca e medaglie. "Ciò che mi ha spinto a fondare e gestire questo museo è il mio legame profondo con le radici e la convinzione che la storia sia vitale: senza memoria, il futuro è impreciso", dichiara Giuseppe 'Pino' Napoli, fondatore e presidente dell'istituzione. Napoli, nato nel 1946 ad Albidona, in provincia di Cosenza, è giunto in Argentina nel 1956 al seguito del padre, emigrato nel 1949. "Vedendo che molte società italiane sono in decadenza e si trasformano spesso in soli ristoranti, ho sentito il dovere di non lasciare che la storia degli immigrati scomparisse dal pensiero degli argentini e dei nostri nipoti. Il museo, come istituzione educativa, deve mostrare cosa l'immigrazione ha significato per il nostro Paese", prosegue il fondatore. Napoli illustra il percorso espositivo principale. "Nella sala principale mostriamo ciò che gli italiani hanno portato, ma soprattutto ciò che hanno costruito e realizzato in ogni ambito: religione, musica, arte, scienza e lavoro. Documentiamo il passaggio dai mestieri umili alle professioni universitarie, realizzando il sogno di molti immigrati riassunto nella celebre espressione 'mio figlio il dottore'", spiega. "Questo progetto è un atto di gratitudine verso l'Italia, che ricordo con nostalgia ogni volta che torno a vedere la mia casa di pietra ad Albidona, e verso l'Argentina, che ci ha ricevuto a braccia aperte permettendoci di progredire", afferma Napoli, che ha studiato medicina presso l'Università di Buenos Aires (UBA), dove ricopre oggi la carica di Professore Consulto e coordina la rete dei 24 musei dell'ateneo. Il fondatore estende il messaggio educativo alle nuove comunità. "L'uomo è un essere migrante per natura e noi trasmettiamo questo concetto agli studenti che ci visitano: cerchiamo di far capire ai giovani — siano essi figli di europei o nuovi immigrati venezuelani, boliviani o peruviani — che le sensazioni di adattamento e convivenza sono le stesse che abbiamo vissuto noi", conclude. (Fel - 7 ago)
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