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TRENTINI: TORNERO’
A FARE IL COOPERANTE

TRENTINI: TORNERO’ <BR> A FARE IL COOPERANTE

Alberto Trentini, reduce da 423 giorni di carcere duro a Caracas come prigioniero politico, annuncia che sta scrivendo un libro in cui racconta la sua esperienza “ma soprattutto della situazione in cui si trovano oggi 328 detenuti politici nelle carceri del regime, che da inizio anno ha cambiato pelle ma non sostanza”, “cerco di informarmi sulle condizioni di quelli che definisco i miei fratelli. Nei limiti del possibile cerchiamo di rimanere in contatto, cerchiamo di inviare dei libri per farli entrare nelle mura del carcere”. Così in una intervista a La Nuova Venezia, il cooperante veneziano in occasione di un incontro alla Mostra del Cinema. “Ci sono ancora 328 detenuti politici in Venezuela, il regime ha cambiato pelle ma non sostanza” e “tante famiglie sono ancora in angoscia. Il Venezuela ha stipulato accordi petroliferi ma la macchina repressiva resta la stessa. La situazione resta pessima e merita tutta l'attenzione internazionale possibile”. Inoltre spiega che “la mia intenzione è il prossimo anno di riprendere il lavoro da cooperante ma devo ancora convincere mia madre a darmi il passaporto”, “è un lavoro complesso e bisogna stare bene per tornare ad essere lucido ed efficiente in contesti difficili. Credo di essere riuscito ad elaborare bene quello che è successo. Ho scritto e continuo a scrivere, questo mi ha aiutato molto”, “finire in una struttura come quella mi aveva gettato nella disperazione. Siamo stati usati nella politica della diplomazia degli ostaggi, pedine di scambio con i paesi di provenienza”, “il sistema del Rodeo I è fatto per isolarti completamente dall'esterno, la mia sensazione a pelle era di abbandono. Le pochissime telefonate mi avevano fatto capire la campagna di sensibilizzazione in corso”, descrivendo “celle di 4 metri per 2, con una latrina, acustica pessima, niente corrente. Condizioni disumane” e “ho condiviso la cella con il mio tassista che è stato 15 mesi per la sola colpa di avermi portato in macchina”, “non ho potuto leggere o scrivere, non avevamo diritto ad avere nulla se non un bicchiere di plastica e un cucchiaio di plastica. Prendevo appunti sul muro con un pezzetto di muro tanto per tenere il conto dei giorni e delle date importanti. Non sono stato vittima di violenze fisiche, se non si considera stare inginocchiato con il cappuccio sotto il sole. Ho subito violenze psicologiche”. E del suo rientro in Italia ricorda: “È stato impattante, infatti mi sono nascosto le prime tre settimane. Ho sempre vissuto discretamente, non sono abituato a questa notorietà. Se sono tornato a parlare, è per le persone che sono ancora dentro e non certo per parlare di me”. (10 set – red)   

(© 9Colonne - citare la fonte)
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