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Dalla morfina al narcotraffico
così nacquero i cartelli

Dalla morfina al narcotraffico <br> così nacquero i cartelli

di Piero Innocenti

“Cartello” nel linguaggio comune sta ad indicare un accordo tra produttori di beni e servizi per evitare la concorrenza e controllare i prezzi sul mercato. Pare che l’espressione “cartello” riferita ai trafficanti di droghe sia stata utilizzata per la prima volta nel lontano 1984 dall’ambasciatore americano a Bogotà, capitale della Colombia. Il termine stava ad indicare un sistema organizzativo illecito che si andava rapidamente sviluppando e che era molto simile per certi aspetti ad una stretta rete imprenditoriale collegata da accordi e patti.
In Colombia e in tutto il pianeta si continua ad utilizzare l’espressione “cartello” per definire poderose e ben strutturate organizzazioni specializzate nel commercio illegale di stupefacenti. In Colombia, poi, da alcuni anni a questa parte la definizione più appropriata è stata quella di “cartellitos”, cioè di “piccoli cartelli” dopo la resa e la cattura dei capi delle poderose organizzazioni di Medellin e Cali, resa possibile anche grazie alle ricompense offerte dalle autorità americane a chi avesse fornito utili indicazioni.
Furono i ”gringos” che in Messico incentivando la coltivazione del papavero da oppio diedero impulso alla nascita delle prime organizzazioni di narcos negli anni Cinquanta. Durante la seconda guerra mondiale, infatti, le scorte di morfina e di eroina , usate come anestetico per i feriti, si erano assottigliate paurosamente , inducendo gli Stati Uniti a cercare, tra i vicini e gli alleati, territori adatti a questa coltivazione. Fu così che nelle province messicane di Sinaloa, Durango e Sonora, sotto la direzione di esperti cinesi, vennero impiantate coltivazioni di oppio. E proprio a Sinaloa, che ancora oggi dà il nome ad uno dei più agguerriti cartelli, doveva nascere una delle prime bande dedite al narcotraffico, tra l’altro capeggiata da una donna, Manuela Caro che è considerata anche la pioniera del traffico di droghe via aerea ( fece costruire diverse piste di atterraggio clandestine).
Durante la presidenza di Lepoldo Sanchez Salis (1963-1968), i narcos di Sinaloa , contando su coperture politiche particolari, poterono consolidare i loro interessi. Il tramonto della “famiglia” di Manuela Caro, conseguente al suo arresto e alla morte avvenuta nel carcere di Culiacan, favorì la nascita e l’emergere di altri gruppi come capita in casi analoghi. Risalgono a questi anni i primi contatti dei gruppi messicani con la mafia siciliana. Sono gli anni della nascita delle organizzazioni di “baroni” messicani che abbandonarono Sinaloa e si trasferirono a Guadalajara (capitale dello Stato di Jalisco). Qui, già da tempo, operava un gruppo di trafficanti che faceva capo ad Alberto Sicilia Falcon, cubano di nascita ma di origini italiane. I gruppi emergenti di Cosa Nostra, in Messico facevano capo al siciliano “Pino”, ossia Giuseppe Catania. Personaggio, quest’ultimo, che era riuscito a guadagnarsi una apprezzata posizione sociale, tanto che non era difficile vederlo praticare equitazione con le alte gerarchie militari messicane. Ottimi rapporti di “lavoro” con la mafia siciliana si ebbero anche con il gruppo dei narcos degli Herrera. Matta Ballesteros, poi, un honduregno “allievo” della scuola italiana di Alberto Sicilia Falcon , aveva organizzato una struttura indipendente che, associata più tardi a quella di Miguel Felix Gallardo, esponente di grande rilievo nel panorama criminale dei narcos, diede vita ad una delle più potenti organizzazioni di narcotrafficanti in Messico.
Nel settembre del 2008 sono emersi stretti rapporti tra mafia calabrese, cartelli messicani e colombiani (operazione Solare condotta dai carabinieri del ROS in collaborazione con la la DEA e con il coordinamento della DDA di Reggio Calabria).La conferma di una “mondializzazione “ delle mafie che, nello specifico mercato degli stupefacenti, è inarrestabile.

(© 9Colonne - citare la fonte)
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