Agenzia Giornalistica
direttore Paolo Pagliaro

TEHERAN RIBADISCE:
NON CI ARRENDEREMO

TEHERAN RIBADISCE: <BR> NON CI ARRENDEREMO

“La nostra gente non può essere intimidita fino alla sottomissione, l'Iran non si arrenderà”. Con queste parole il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha riassunto la linea d'acciaio adottata da Teheran di fronte all'inasprirsi delle ostilità con gli Stati Uniti e Israele. Una fermezza declinata sia sul campo di battaglia che nei complessi intrecci della diplomazia regionale. Ieri un attacco contro un mercantile iraniano nei pressi dello Stretto di Hormuz ha riacceso istantaneamente la tensione nell'arteria energetica globale, mentre oltreoceano il presidente americano Donald Trump ha liquidato con distacco i tentativi di mediazione, ostentando sicurezza sulla resa imminente della Repubblica Islamica. Dietro i proclami di facciata, tuttavia, i movimenti nello scacchiere mediorientale rivelano dinamiche assai più ambigue e frammentate, dove le guerre per procura e i blocchi navali rischiano di sfuggire al controllo di tutte le parti in causa.

LO STRETTO DI HORMUZ SOTTO TIRO E IL RINVIO DEI COLLOQUI DI MUSCAT. L'ennesimo punto di rottura si è consumato nelle acque strategiche del Golfo Persico. Nella giornata di ieri, un mercantile con bandiera iraniana è stato colpito da un proiettile non identificato mentre transitava al largo dell'isola di Qeshm, nodo fondamentale per il controllo militare dello Stretto di Hormuz. Il bilancio provvisorio fornito dalle autorità locali parla di un morto e quattro feriti. Il governatore dell'isola ha puntato l'indice contro un “nemico terrorista”, mentre il Pentagono e l'amministrazione statunitense si sono astenuti da qualsiasi commento ufficiale. Interpellato dai giornalisti in Irlanda a margine di un evento sportivo, il presidente Donald Trump ha mantenuto il riserbo sul coinvolgimento delle forze americane, limitandosi a dichiarare: “Non voglio dirlo. L'episodio ha fatto peraltro svanire le speranze di una mediazione imminente. Oggi le autorità del Sultanato dell'Oman hanno confermato il rinvio a data da destinarsi del vertice d'emergenza sulla sicurezza della navigazione ad Hormuz, che avrebbe dovuto vedere allo stesso tavolo i diplomatici iraniani e i rappresentanti dei Paesi del Golfo. Una scelta definita da Muscat come necessaria per “interesse di consenso”, ma che un alto funzionario del ministero degli Esteri di Teheran ha spiegato essere scaturita da una richiesta esplicita di alcune cancellerie arabe della regione. La mossa mette in luce le forti riserve delle monarchie del Golfo nell'aprire canali formali con l'Iran, nel timore di incrinare l'asse strategico con Washington.

LA POSIZIONE DI WASHINGTON TRA RETORICA ED ELETTORATO. La gestione dell'escalation da parte della Casa Bianca continua a suscitare accesi dibattiti interni e internazionali. Ieri l'inquilino della Casa Bianca ha ribadito la convinzione che la strategia della massima pressione stia dando i suoi frutti: “L'Iran vuole disperatamente fare un accordo, continuano a chiamare”. Il tycoon si è persino spinto a pronosticare che il conflitto si concluderà “subito dopo le elezioni di metà mandato” e che i prezzi del carburante “crolleranno come un sasso”. Tuttavia, le dichiarazioni d'ottimismo di Donald Trump si scontrano con le critiche che giungono dal Congresso statunitense. Oltreoceano, il senatore democratico Chris Murphy ha evidenziato come l'avvio della campagna militare e l'eliminazione dei vertici iraniani abbiano sortito l'effetto opposto a quello sperato, finendo per “rafforzare le fazioni più radicali a Teheran, desiderose di ulteriore guerra e dell'arma nucleare”. Analisti di settore sottolineano come l'amministrazione appaia incerta di fronte alle ripercussioni a lungo termine sui corridoi energetici commerciali, lasciando che l'interruzione dei flussi nell'area metta a dura prova la tenuta dei mercati globali.

L'OFFENSIVA HOUTHI NELLO YEMEN E LA MINACCIA AI FLUSSI PETROLIFERI. Mentre le acque di Hormuz rimangono un'incognita, il fronte meridionale del conflitto si sta rapidamente surriscaldando. Negli ultimi giorni il gruppo ribelle degli Houthi, alleato di Teheran, ha intensificato le operazioni militari nello Yemen occidentale, riuscendo a conquistare la città portuale strategica di al-Makha (Mocha). Con questa mossa, gli insorti hanno consolidato il controllo sullo stretto di Bab al-Mandeb, il passaggio chiave del Mar Rosso attraverso cui la Arabia Saudita fa transitare la maggior parte del proprio greggio per ovviare al blocco di Hormuz. Oggi si registrano violenti combattimenti lungo diverse direttrici. Le forze governative yemenite, sostenute dalla coalizione guidata da Riad, hanno lanciato una controffensiva e raid aerei per tentare di riprendere le posizioni perdute a Mocha, spostando al contempo la propria priorità difensiva verso la provincia strategica di Marib, ricca di giacimenti di gas e petrolio. In risposta, gli Houthi hanno rivendicato il lancio di droni e missili contro la base militare saudita di Sharurah, costringendo la protezione civile del regno a diramare e poi revocare ripetuti allarmi di emergenza nelle regioni di Abha e Khamis Mushait.

EQUILIBRI MULTILATERALI E DIPLOMAZIA SOTTERRANEA. Parallelamente alle operazioni sul campo, l'impatto della crisi iraniana sta ridefinendo i rapporti diplomatici ed economici globali. A margine del recente vertice dei paesi BRICS a Nuova Delhi, l'Iran ha cercato di fare sponda con la Russia e gli altri partner del blocco per condannare le sanzioni unilaterali e promuovere l'uso delle monete nazionali nel commercio internazionale, nel tentativo di aggirare il blocco navale e finanziario imposto dagli Stati Uniti. La dichiarazione finale dell'organizzazione ha espresso preoccupazione per gli attacchi contro le infrastrutture civili e i siti nucleari dedicati a scopi pacifici, segnando un'implicita riprovazione verso la linea d'azione israelo-americana. Un segnale di discontinuità formale è giunto ieri anche sul piano bilaterale nei rapporti tra Teheran e gli Emirati Arabi Uniti. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha reso noto di aver avuto uno scambio di vedute costruttivo con il principe ereditario Sheikh Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan, esprimendo l'intenzione comune di “voltare pagina” dopo i durissimi attriti dei mesi scorsi. Ciononostante, la prudenza resta massima: proprio ieri l'ambasciata statunitense ad Abu Dhabi ha emesso un avviso di sicurezza per i propri cittadini, invitandoli a prestare la massima attenzione nei luoghi frequentati dalle comunità ebraiche e israeliane nella regione. La complessità del quadro complessivo conferma che, al di là dei timidi tentativi di dialogo, l'equilibrio del Medioriente rimane affidato a una tregua quantomai precaria. (14 SET – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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