di Paolo Pagliaro
C'è una lettura pigra del voto di ieri in Bassa Sassonia, quella che si limita a registrare l'ennesimo balzo dell'AfD e ad archiviarlo come ulteriore prova di una deriva ideologica della Germania verso l'estrema destra. I numeri, però, raccontano qualcosa di più preciso e, per certi versi, di più inquietante: non descrivono un'onda uniforme, ma un voto che rispecchia con fedeltà la mappa della crisi Volkswagen.
Guardiamo i dati. A Salzgitter, città-fabbrica per eccellenza, l'AfD supera il 27% e diventa primo partito davanti. A Wolfsburg, la roccaforte storica del gruppo automobilistico, sfiora il 17% pur in un contesto dove il sindaco uscente della CDU viene confermato senza difficoltà. Gifhorn, Helmstedt, Emden: sono tutti territori satellite degli stabilimenti del gruppo, tutti con percentuali AfD ben sopra la media regionale. Al contrario, nei grandi centri urbani come Hannover e Braunschweig, meno esposti direttamente alla crisi dell'automobile, la crescita del partito si dimezza, fermandosi intorno all'11%.
È la fotografia di un disagio economico concreto, che si converte in voto di protesta dove il lavoro è minacciato, dove la cassa integrazione e i piani di ristrutturazione sono diventati parte della vita quotidiana. Volkswagen, colosso che per decenni ha rappresentato l'identità industriale e sociale di questa regione, oggi è sinonimo di incertezza e la sfiducia della gente trova sbocco nel partito che meglio sa intercettarla. È un voto di rabbia contro le conseguenze economiche percepite delle scelte di Berlino e di Bruxelles, più che un'adesione a una visione del mondo. Non c’è di che rallegrarsi, ma almeno è chiaro cosa occorre fare.





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