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direttore Paolo Pagliaro

VOTO PER POSTA, TRUMP
FRENATO DAI GIUDICI

VOTO PER POSTA, TRUMP <BR> FRENATO DAI GIUDICI

“La richiesta dell'amministrazione è respinta in quanto il governo non ha dimostrato la probabilità di prevalere nel merito della controversia”, si legge nella motivazione sintetica con cui la Corte Suprema degli Stati Uniti ha inflitto nella notte una pesante e inaspettata battuta d'arresto al presidente americano Donald Trump. Con un verdetto arrivato nelle scorse ore, la massima assise giudiziaria statunitense ha confermato la decisione del giudice federale del Massachusetts Indira Talwani, bloccando l'applicazione delle nuove ed operative direttive varate dal servizio postale. La decisione impedisce all'amministrazione di imporre una stretta burocratica sul voto per posta proprio mentre la macchina elettorale per le elezioni di medio termine di novembre è già a pieno regime in tutto il Paese.

La pronuncia dei saggi di Washington rappresenta un rovescio politico e legale di prima grandezza per l'inquilino della Casa Bianca. Fin dallo scorso marzo, il tycoon aveva firmato un ordine esecutivo volto a ridefinire i parametri del recapito delle schede elettorali da parte delle poste federali. La misura, difesa dall'avvocato generale D. John Sauer come un’ “iniziativa pienamente costituzionale e necessaria per proteggere la posta federale da brogli e irregolarità”, imponeva agli Stati di trasmettere alle autorità centrali i dati anagrafici dei votanti attraverso un portale informatico e di adeguare i format delle buste con codici a barre unici. Senza queste conformità, il servizio postale avrebbe potuto rifiutare la presa in carico e la consegna dei plichi elettorali. Dunque, una simile procedura avrebbe conferito al servizio postale statunitense il potere senza precedenti di trattenere potenzialmente milioni di schede elettorali inviate per posta. Persino alcuni funzionari elettorali repubblicani avevano avvertito che la proposta avrebbe potuto portare al caos e alla privazione del diritto di voto su larga scala.

LA BOCCIATURA GIUDIZIARIA E LA SPACCATURA NELL'ALA CONSERVATRICE. A rendere il colpo particolarmente duro per l'amministrazione è la composizione della maggioranza che ha firmato il rigetto. Il giudice Brett Kavanaugh, nominato dallo stesso Trump nel suo primo mandato, si è unito alla maggioranza e ha sottolineato nel suo intervento come “imporre modifiche procedurali così rilevanti a ridosso della consultazione elettorale rischierebbe di risultare arbitrario e di generare un potenziale caos organizzativo per gli enti locali”. Pur lasciando aperta la porta a una futura discussione sulla legittimità costituzionale del regolamento nel lungo periodo, il tribunale supremo ha ritenuto prioritaria la tutela del corretto e tempestivo svolgimento delle operazioni di voto già avviate.

Esultano i governatori e i procuratori generali degli Stati a guida democratica, che avevano promosso il ricorso collettivo contro la Casa Bianca. Il procuratore generale della California Rob Bonta ha dichiarato a caldo che “se queste regole fossero entrate in vigore, le conseguenze per la partecipazione democratica e per l'accesso al voto sarebbero state disastrose”. Sulla stessa linea il governatore dello stesso Stato Gavin Newsom, che ha rimarcato come “«gli elettori americani abbiano oggi la certezza che il voto per corrispondenza resta uno strumento sicuro, accessibile e tutelato dalle ingerenze dell'esecutivo”.

PERCHÉ IL VERDETTO MINA LA STRATEGIA ELETTORALE DI TRUMP. La battuta d'arresto non è semplicemente una sconfitta tecnica sulle procedure postali, ma mina alla radice l'impianto politico con cui il presidente americano si avvia ad affrontare le midterm di novembre. Negli ultimi mesi, l'impostazione strategica del leader repubblicano si è fondata su una forte pressione nei confronti del voto per posta, un sistema tradizionalmente utilizzato in percentuale maggiore dall'elettorato democratico. Portare il controllo delle schede sotto la giurisdizione di un'agenzia federale avrebbe garantito alla Casa Bianca una leva d'influenza diretta sui tempi e sulle modalità di conteggio. La decisione dei giudici vanifica questa linea d'azione innanzitutto a causa del fattore temporale: a meno di due mesi dalle urne e con diverse circoscrizioni che hanno già iniziato a inviare i plichi cartacei ai cittadini, l'amministrazione non ha più margini legali per modificare i meccanismi di raccolta delle schede.  Da sottolineare inoltre un precedente istituzionale: la Corte Suprema, pur presentando una solida maggioranza di giudici orientati a destra, ha riaffermato la prevalenza delle competenze dei singoli Stati nella gestione materiale delle consultazioni, fermando il tentativo di accentramento dell'esecutivo.

LE CONSEGUENZE OPERATIVE PER LE MIDTERM DI NOVEMBRE. L'impatto pratico dell'ordinanza si farà sentire immediatamente nell'organizzazione degli enti locali. L'introduzione del portale unico di registrazione e le rigide verifiche incrociate promosse dalle poste avrebbero rischiato di bloccare, secondo gli allarmi sollevati dai responsabili elettorali territoriali, milioni di buste per meri vizi di forma o ritardi nella trasmissione delle liste dei residenti. Con il definitivo congelamento delle norme stabilito dalla massima corte, le consultazioni di novembre si svolgeranno secondo il quadro normativo previgente. Il pronunciamento toglie dunque al tycoon una delle principali “lamentazioni preventive” con cui l'amministrazione stava già contestando la regolarità del voto via posta (paradossalmente seguito dallo stesso Trump), lasciando inalterate le tutele per gli elettori e assestando un duro colpo al raggio d'azione dell'esecutivo proprio nel momento di massima tensione della campagna elettorale.

 (15 SET - deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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